L’Iran dovrebbe essere l’argomento principale delle audizioni al Congresso


Fonte: Solidarity with Iran

Traduzione di Tommaso Cavagna

Nell’articolo sotto, Zbigniew Brzezinski, ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale, da una parte si schiera contro un attacco militare all’Iran in questa particolare congiuntura internazionale, dall’altra incoraggia i capi dell’ONU (sostanzialmente i 5 paesi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza con potere di veto NdT ) a continuare con le dolorose sanzioni contro l’Iran. In altre parole, Brzezinski propone l’uso inumano delle sanzioni economiche per arrivare ad un cambiamento di regime in Iran. Alla luce di tali politiche aggressive, che con protervia annullano il diritto del popolo iraniano all’autodeterminazione e alla sovranità nazionale, è arrivato il momento per tutti gli amanti della libertà in tutto il mondo di opporsi alle sanzioni da genocidio contro l’Iran.

Solidarity with Iran – SI

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(L’autore del seguente articolo, Zbigniew Brzezinski, è stato Consigliere per la Sicurezza Nazionale dell’amministrazione Carter ed è l’autore del recente libro “Strategic Vision”)

C’è da sperare che le prossime audizioni dei Comitati (del congresso USA NdT) per le Relazioni Esterne e per le Forze Armate, che riguarderanno le nomine da parte del presidente Obama del nuovo Segretario di Stato e del Ministro della Difesa, producano un ampio dibattito riguardo al ruolo del nostro paese nel mondo, in un periodo di instabilità come quello attuale. Le audizioni quasi certamente metteranno a fuoco e porranno domande sulla saggezza strategica di un potenziale attacco militare degli USA contro l’Iran. Recenti articoli apparsi sui media israeliani hanno citato un ex membro del Consiglio di Sicurezza Nazionale (NSC) USA che prevedeva un attacco entro l’estate.

E’ essenziale che l’argomento di un attacco all’Iran sia discusso esaustivamente e alla luce dell’interesse nazionale americano. Nonostante il presidente abbia abilmente evitato di fornire chiarimenti su una eventuale azione militare, la continua mancanza di un accordo con l’Iran, riguardo alla sua ottemperanza del Trattato di non Proliferazione Nucleare (NPT) porterà inevitabilmente ad un maggiore clamore da parte di paesi stranieri e falchi domestici in favore di un attacco militare degli Stati Uniti, da soli o in collaborazione con Israele.

Una nuova e ‘auto-generata’ (di aggressione NdT) guerra lanciata dagli Stati Uniti avrebbe cinque importanti implicazioni che meritano un’analisi più attenta:

1) Quanto efficace è probabile che sia un bombardamento americano delle installazioni nucleari iraniane? E che costo umano avrebbe?

2) Quali potrebbero essere le ritorsioni iraniane contro gli interessi statunitensi e con che conseguenze per la stabilità regionale? Quanto l’instabilità potrebbe danneggiare le economie europee ed asiatiche?

3) Può un attacco americano essere giustificato dal punto di vista del diritto internazionale’? E quanto è probabile che i membri del Consiglio di Sicurezza dell’Onu – in particolare Russia e Cina che hanno potere di veto – ne diano l’avallo?

4)  Dato che si suppone che Israele abbia più di cento testate nucleari, quanto è credibile l’argomento che l’Iran possa attaccare Israele senza che prima si sia dotato di un significativo arsenale nucleare. Un arsenale tale da poter anche sostenere un attacco nucleare israeliano ed essere ancora in grado di lanciare una ritorsione  credibile (il cosiddetto ‘second-strike capability’ NdT).

5) Ci sono alternative, per neutralizzare la minaccia nucleare iraniana, che non comportino una guerra di aggressione unilaterale in un contesto regionale già molto instabile?

Le stime correnti più accurate suggeriscono che un bombardamento americano limitato avrebbe un effetto solo temporaneo. Attacchi ripetuti sarebbero più efficaci ma le vittime civili aumenterebbero proporzionalmente e ci sarebbero grossi rischi di rilascio di radiazioni. Il nazionalismo iraniano poi uscirebbe galvanizzato da un attacco militare, che alimenterebbe per decenni l’odio verso gli Stati Uniti a tutto beneficio del regime.

Le ritorsioni iraniane potrebbero creare agli Stati Uniti grosse difficoltà aprendo un nuovo fronte di guerriglia in Afghanistan occidentale. Theran potrebbe anche far precipitare la violenza in Iraq, cosa che poi potrebbe infiammare tutta la regione ed allargare il conflitto anche alla Siria, al Libano e alla Giordania.
La marina americana dovrebbe essere in grado di mantenere aperto lo stretto di Ormuz (dove transita una buona parte del petrolio mondiale NdT), ma i crescenti costi assicurativi per il trasposto di petrolio avrebbero un effetto negativo sulle economie europee ed asiatiche e la colpa finirebbe per essere addossata agli Stati Uniti.

Data la recente pessima prestazione degli Stati Uniti all’Onu – dove gli Usa e Israele sono riusciti a trovare solo 7 paesi su 188 disposti ad opporsi alla concessione dello status di nazione alla Palestina – è facile prevedere che un attacco unilaterale produrrebbe un indignazione crescente contro gli Stati Uniti. Se l’Assemblea Generale (GA) dell’ONU condannasse l’attacco, gli Stati Uniti si ritroverebbero a dover gestire una situazione regionale di conflitto prolungato, in un isolamento internazionale senza precedenti.

Il Congresso dovrebbe anche prendere in considerazione il fatto che i nostri amici medio-orientali ed europei che spingono per un attacco all’Iran sono generalmente poco propensi ad infilarsi direttamente in un altro sanguinoso conflitto medio-orientale. Peggio ancora, la maggior beneficiaria di un attacco all’Iran risulterebbe la Russia di Putin che sarebbe in grado di vendere il proprio petrolio e gas all’Europa in una condizione di quasi monopolio e avrebbe inoltre mani libere per intervenire in Georgia ed Azerbaijan.

Ne segue che il mancato raggiungimento di un soddisfacente accordo negoziale con l’Iran non dovrebbe essere visto come il motivo per scatenare un’altra guerra da parte degli Stati Uniti, guerra che difficilmente rimarrebbe confinata al solo Iran. Una strada più efficace e prudente per gli Stati Uniti sarebbe quella di continuare con le dolorose sanzioni contro l’Iran adottando per il Medio-Oriente la stessa politica che per decenni ha protetto gli alleati americani in Europa e Asia contro la minaccia molto più grande della Russia stalinista e più recentemente contro la minaccia nord-coreana. Una minaccia militare iraniana contro Israele o contro qualsiasi paese amico degli USA in Medio-Oriente verrebbe considerata come una minaccia diretta agli Stati Uniti stessi e provocherebbe una risposta adeguata da parte degli USA.

Una seria discussione di queste questioni da parte del Comitato per le Relazioni Estere (del Congresso NdT) potrebbe aiutare a generare un forte consenso che la scorciatoia di una guerra sconsiderata – per la quale al momento non c’è neanche il supporto né del popolo americano né di quello israeliano – non è la risposta più saggia ad una crisi potenzialmente gravissima. In effetti potrebbe aver avuto ragione Meir Dagan, ex capo del Mossad israeliano, quando disse in maniera molto diretta che un attacco all’Iran è “la cosa più stupida che abbia mai sentito”. Fortunatamente, c’è un’opzione migliore anche se non perfetta.

Breve commento sulle sanzioni da parte del traduttore:

Gli Stati Uniti non sono affatto nuovi all’uso delle sanzioni economiche come forma di coercizione internazionale. Senza voler qui neanche provare ad abbozzarne una storia, vorrei però condividere un video che fa capire perfettamente sia quanto gli USA siano coscienti dei devastanti danni umani che le sanzioni provocano alle popolazioni colpite, sia quanto siano pronti a considerare questi danni un costo ‘accettabile’. Nell’intervista, la giornalista della CBS chiede a Madeleine Albright – allora segretario di stato USA – se la morte (dovuta alle sanzioni) di mezzo milione di bambini iracheni fosse un prezzo accettabile per contrastare il regime di Saddam Hussein. La risposta della Albright è molto chiara: “[…] Sì, il prezzo è accettabile”.
Quindi l’arco delle possibili opzioni dell’establishment statunitense nei confronti dell’Iran vanno dall’attacco militare – proposto dai falchi –  al lento genocidio tramite sanzioni proposto dalle ‘colombe’.

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Le sanzioni uccideranno decine di migliaia di iraniani


 

Fonte: antiwar.com

Traduzione di Tommaso Cavagna

Durante le primarie della campagna elettorale presidenziale del 2008, Hilary Rodham Clinton minacciò – in caso di attacco ad Israele – di annientare completamente l’Iran. Il suo contendente, Barack Obama, le rispose che la minaccia era troppo “in stile Bush” (G.W.Bush, ndt). Quattro anni dopo, nonostante l’Iran non abbia attaccato Israele (e continuerà a non farlo a meno che non venga attaccato), il Presidente Obama sta effettivamente realizzando la minaccia che il suo Segretario di Stato fece nel 2008, portando avanti una guerra non dichiarata contro l’Iran e gli iraniani. Gli Stati Uniti ed Israele hanno lanciato attacchi informatici, assassinato scienziati nucleari iraniani e supportato minoranze etniche armate che continuano a compiere attacchi terroristici in Iran uccidendo persone innocenti. Inoltre Israele si è attivato nel Kurdistan iracheno e nella repubblica dell’Azerbaijan (che è al confine nord dell’Iran, sul Mar Caspio. Link alla fine dell’articolo per vedere l’Iran ed i paesi confinanti in google maps,’ * ‘) incoraggiando e supportando piccoli gruppi etnici separatisti, come i Kurdi e gli Azeri (etnia della popolazione del suddetto Azerbaijan, ndt).

Ma la parte più devastante della guerra non dichiarata all’Iran è rappresentata dalle stringenti sanzioni economiche che gli Usa e i loro alleati nell’Unione Europea (EU) hanno imposto all’Iran. Ufficialmente si suppone (corsivo mio, ndt) che le sanzioni siano intelligenti e mirate (letteralmente ‘smart’ and ‘targeted’, come le famigerate bombe, ndt), con l’obiettivo di far soffrire il governo iraniano ed in particolare la Guardia Repubblicana – la parte più forte dell’esercito Iraniano. In realtà le persone più vulnerabili – milioni di normali cittadini iraniani – sono state quelle che ne hanno sofferto di più. Non solo sono stati duramente colpiti dalle sanzioni, ma decine di migliaia di loro, se non di più, moriranno se le sanzioni continueranno ad essere applicate, anche senza ulteriori irrigidimenti.

Le supposte sanzioni ‘intelligenti’ che gli USA e i suoi alleati nell’EU hanno imposto all’Iran sono state allargate a tutti i comparti, anche a quelli ufficialmente non toccati dalle sanzioni. Questo perché gli USA e l’EU hanno imposto sanzioni contro la Banca Centrale Iraniana e praticamente contro tutte le altre banche iraniane che sono attive nelle transazioni commerciali con l’estero. Dato che queste banche aprono linee di credito per esportazioni ed importazioni e danno garanzie finanziarie al commercio con l’estero, è diventato molto difficile, se non impossibile, importare prodotti vitali per la popolazione. (Molto in breve: quasi tutto il commercio estero non si basa solo su transazioni bilaterali tra venditori e compratori, ma si basa molto anche sul ruolo di ‘garante’ svolto dalle banche; una specie di fideiussione che permette ai venditori di essere sicuri di essere pagati ed ai compratori di essere certi che le merci comprate arrivino e siano funzionanti, ndt).

Un settore particolarmente colpito è quello farmaceutico. Nonostante l’Iran produca una grossa parte delle medicine che servono alla sua popolazione, riesce a produrre solo quelle per le quali c’è già sul mercato internazionale un generico da copiare. Quindi l’Iran praticamente non riesce a produrre le medicine più avanzate, quelle che sono comparse sul mercato negli ultimi 10-15 anni. Di conseguenza per tutta una serie di malattie e problemi medici per i quali servono medicine recenti non c’è alternativa all’importazione. L’Iran deve quindi importare ogni anno un significativo ammontare di medicine per curare malattie come ad esempio la leucemia e l’AIDS. Ma le sanzioni che gli USA e i loro alleati hanno imposto contro le banche ed altre istituzioni finanziarie iraniane rende quasi impossibile l’importazione di medicine e macchinari per la cura e la prevenzione. Allo stesso tempo, le sanzioni stanno continuamente riducendo le esportazioni di petrolio iraniano, mettendo sotto forte pressione il bilancio statale che fa sempre più fatica a reperire le risorse per queste medicine (tra le più costose, ndt) e questo anche quando si riesca effettivamente a mettere in piedi la transazione con un venditore straniero. Il risultato è che la carenza di medicine, in assenza di cambiamenti, si trasformerà velocemente in una catastrofe. Io (l’autore dell’articolo Muhammad Sahimi, ndt) ho potuto verificare personalmente questa carenza dato che 2 grosse farmacie in Iran sono gestite da 2 miei cognati. Mi hanno confermato che la crisi sta già raggiungendo livelli pericolosi.

Il Consiglio di Amministrazione della Società Iraniana per l’Emofilia (SIE) ha recentemente informato la Federazione Mondiale per l’Emofilia che la vita di decine di migliaia di bambini è in pericolo a causa della carenza di adeguate medicine dovuta alle sanzioni internazionali. Secondo la SIE, anche se l’esportazione di medicinali in Iran non è vietata, le sanzioni ‘finanziarie’ hanno avuto un forte impatto negativo sull’acquisto e il trasferimento di medicine e strumenti medici. La SIE si autodefinisce un’organizzazione non politica e attiva da 45 anni (quindi nata ben prima della rivoluzione del’79, ndt) e condanna le sanzioni come ‘inumane ed immorali’ appellandosi alle organizzazioni internazionali per ricevere aiuti. Decine di migliaia di iraniani hanno l’emofilia e hanno bisogno di medicine specifiche che devono essere importate. Molti di loro hanno bisogno di essere operati per una serie di ragioni, ma in mancanza di certe medicine contro l’emofilia tali operazioni non possono essere eseguite. Purtroppo il problema non è limitato a quanti soffrono di emofilia. Vari resoconti indicano che medicine specialistiche per combattere vari tipi di cancro (particolarmente la leucemia), malattie cardiache, problemi di fegato, sclerosi multipla e talassemia (malattia che comporta soprattutto, ma non solo, anemia, ndt) non riescono ad essere importate, mettendo a rischio la vita di decine di migliaia di persone. Ci sono circa 37.000 iraniani affetti da sclerosi multipla, una malattia debilitante che può essere tenuta sotto controllo solo con medicine di nuova generazione, senza le quali i malati moriranno. Dato che anche in condizioni sanitarie ottime, 40.000 iraniani morirebbero di cancro ogni anno, è stato predetto da molti esperti che l’Iran, in assenza di cambiamenti, entro il 2015 avrà uno ‘tzunami‘ di malati di cancro dovuto al fatto che ogni anno 70.000-80.000 nuovi casi vengono identificati ma per la maggior parte non potranno essere curati. La gravità della situazione non potrebbe essere più evidente.

Considerando che le sanzioni contro l’Iran sono state rese più stringenti l’anno scorso (2012, ndt) e che le sanzioni contro le istituzioni finanziarie sono diventate effettive solo da pochi mesi (primavera 2012, ndt), le statistiche menzionate sopra vanno considerate come preliminari. Mentre le sanzioni continuano e l’Occidente prova a ridurre sempre di più il ricavato della vendita di petrolio dell’Iran (circa l’80% del totale delle esportazioni iraniane, ndt), non solo la carenza di medicine ucciderà un gran numero di iraniani, ma quella di cibo e altri beni necessari renderà la situazione insostenibile. Quando l’Occidente impose sanzioni all’Iraq negli anni Novanta, un gran numero di bambini iracheni morì a causa delle conseguenze . La stima più accreditata del numero di morti, fornita dall’UNICEF, è intorno ai 500.000. Dato che la popolazione iraniana è tre volte quella irachena, se le sanzioni imposte all’Iran dureranno vari anni, il conto dei morti potrebbe essere molto più alto di quello iracheno.

Contemporaneamente, le sanzioni non hanno influito sulla linea dura sposata dalla Guardia Repubblicana Iraniana e dal leader supremo Ayatollah Ali Khamenei, che ha proclamato lo sviluppo di una ‘economia di resistenza’ per resistere alla pressione dell’Occidente. Si levano già voci, sia in Iran sia tra gli iraniani della ‘diaspora’, che chiedono alla dirigenza iraniana di fare compromessi nelle negoziazioni con l’Occidente. L’America potrebbe far diventare queste voci molto più influenti se si offrisse di eliminare alcune di queste sanzioni in cambio di maggiore flessibilità da parte dell’Iran, in particolare sulla questione dell’arricchimento dell’uranio fino al 19.5% (**). Ma il presidente Obama sulla questione non ha voluto fare concessioni – pressato dall’esterno dal governo israeliano e dall’interno dalle lobby pro-israeliane – in periodo di campagna elettorale. Gli Stati Uniti insomma non hanno offerto praticamente niente agli iraniani (nel terzo round di negoziazioni a Mosca nel giugno-luglio 2012, ndt) in cambio della loro carta negoziale più forte e cioè il livello di arricchimento dell’uranio e il sito dove viene prodotto (a Fordow, vicino Qom). L’unico risultato è stato quello di aggravare la sofferenza degli iraniani ordinari.

É probabilmente inutile appellarsi all’amministrazione Obama in nome dei costi umani della sua politica verso l’Iran, visto che la politica medio-orientale di Obama è la continuazione di quella distruttiva dell’amministrazione Bush ed è anche più nociva per gli iraniani. Quando cittadini americani sono uccisi all’estero con l’approvazione del presidente ma senza alcuna ‘certezza del diritto’ (‘due process’ ***) e quando criminali salafiti o wahabiti in Siria (supportati da una delle dittature religiose peggiori del mondo, l’Arabia Saudita) vengono salutati come combattenti per la libertà (‘FreedomFighters‘), è assurdo aspettarsi che il presidente Obama segua una politica nei confronti dell’Iran che tenga conto anche minimamente di imperativi morali. Ma la catastrofe che sta emergendo sarà un problema etico-morale per l’Occidente per decenni, una catastrofe creata solamente dal fatto che l’Occidente, pressato dal ‘partito della guerra’ negli USA e in Israele, va avanti ciecamente con una politica di sanzioni devastanti allo scopo di fermare un programma di armamento nucleare inesistente.

 

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Riflessione del Traduttore

a) Dal 1979 ad oggi, senza soluzione di continuità, gli Stati Uniti hanno messo in atto vari tipi di sanzioni economiche contro l’Iran, a volte irrigidendole notevolmente come al tempo della guerra con l’Iraq (1980-88) – nonostante l’aggressione fosse venuta dall’Iraq – o come negli ultimi anni per la questione (scusa) del nucleare. Rimane il fatto quindi che le sanzioni USA contro l’Iran precedono da decenni la questione del nucleare. Inoltre, tornando ancora più indietro nel tempo, tra il colpo di stato del 1953 e la rivoluzione del 1979, l’Iran fu uno stato cliente degli USA governato con il pugno di ferro dalla polizia segreta dello Shah, la segreta (ma famigerata) SAVAT. In quel periodo (1958-1979) gli americani addirittura aiutarono gli iraniani a mettere in piedi un programma nucleare. Programma che arrivò ad un ‘alto livello’ di arricchimento (>20%) dell’uranio, quindi come minimo ad un livello più alto di quello iraniano attuale che è ad un livello di arricchimento medio (<20%). (http://en.wikipedia.org/wiki/U.S._sanctions_against_Iran). (http://en.wikipedia.org/wiki/Nuclear_program_of_Iran)

b) Il Trattato di non Proliferazione Nucleare (1968), firmato sia dagli USA che dall’Iran ed ancora vigente, prevede da una parte che nessun nuovo paese sviluppi capacità belliche nucleari, e dall’altra però impegna i paesi con un potenziale nucleare già esistente a fare passi in avanti verso un completo smantellamento degli arsenali, arsenali che in realtà sono cresciuti nei 45 anni che ci separano dalla stipulazione del trattato. Sempre nel Trattato di non Proliferazione era consentito a tutti di sviluppare il ‘nucleare civile’. http://en.wikipedia.org/wiki/Treaty_on_the_Non-Proliferation_of_Nuclear_Weapons

c) Israele non ha firmato il Trattato di non Proliferazione e le stime più accurate parlano di una capacità di circa 200 testate nucleari (con stime variabili tra le 100 e le 400 testate) che possono inoltre essere lanciate sia tramite missili balistici intercontinentali (ICBM) sia da sottomarini e sia da aeroplani. Israele è uno dei 4 stati con testate nucleari non riconosciuti come paesi dotati di arsenale nucleare dal NPT. Gli altri sono India e Pakistan e la famigerata Corea del Nord. Da notare gli ordini di grandezza, nel senso che la capacità nucleare israeliana è decine se non centinaia di volte quella nord-coreana ed è tra le prime 5 del mondo. Israele continua a mantenere una posizione ambigua evitando di confermare o negare il possesso di armi nucleari, il tutto senza aver mai subito ispezioni o ritorsioni internazionali. http://en.wikipedia.org/wiki/List_of_states_with_nuclear_weapons#Other_states_beli eved_to_possess_nuclear_weapons d) Quindi negli ultimi round di negoziazione abbiamo da una parte l’Iran che formalmente non ha ancora ecceduto quanto in suo diritto fare secondo il Trattato di non Proliferazione. Dall’altro lato abbiamo il gruppo cosiddetto dei 5+1, cioè i 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU – con potere di veto – che sono USA, Russia, Cina, Inghilterra e Francia, più la Germania. Esclusa la Germania, gli altri 5 paesi non hanno ottemperato al loro dovere, previsto dal Trattato di non Proliferazione, di riduzione degli arsenali nucleari, nonostante sia passato quasi mezzo secolo – né naturalmente hanno permesso ispezioni alle loro istallazioni.

Tommaso Cavagna

NOTE

(*) Mappa dell’Iran e dei paesi confinanti in ‘Google Maps’: https://maps.google.com/maps?hl=en&q=middle+east+map&ie=UTF- 8&hq=&hnear=0x157ec4658142ffb7:0xa5b8320215ea72c,Middle+East&ei=1qkDU YPLD4mH4AT-5ICQAg&ved=0CC8Q8gEwAA

** L’arricchimento dell’uranio ha varie soglie: fino al 20% viene considerato “a basso arricchimento”, il livello di arricchimento per scopi bellici è almeno superiore all’80%. Per maggiori informazioni si rimanda alla pagina di Wikipedia sull’argomento

(***) http://www.huffingtonpost.com/2012/03/05/us-targeted-killings-ericholder_ n_1320515.html

Proteste per l’arrivo dei missili Patriot


Fonte: Il Manifesto

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Da due giorni, in Turchia, la polizia sta reprimendo i manifestanti, che protestano per l’arrivo dei missili Patriot tedeschi e olandesi inviati dalla Nato per essere dispiegati alla frontiera con la Siria. Decine di veicoli militari tedeschi hanno scaricato nel porto di Iskenderum, vicino ad Antiochia, oltre 130 container di batterie per missili terra-aria. Ogni batteria dovrebbe avere in media 12 lanciatori di missili. Ad accoglierli hanno trovato 150 militanti del Partito comunista turco che hanno scandito slogan e bruciato una bandiera statunitense in un’entrata del porto. Nel sud del paese, davanti alla base militare di Incirlik, si è svolta un’altra manifestazione contro «la politica interventista dellaTurchia in Siria». E anche nella capitale, Ankara, la sinistra ha manifestato «contro la presenza militare straniera» nel paese. Sono state arrestate 25 persone.

Il 21 novembre scorso, il governo turco ha chiesto alla Nato il dispiegamento dei Patriot (missili terra-aria di lunga gittata fabbricati dalla compagnia nordamericana Raytheon) lungo i 900 km di frontiera con la Siria. Allora, Ankara denunciò la morte di cinque civili, uccisi dai tiri di artiglieria provenienti dalla Siria. Nella prima settimana di gennaio, hanno cominciato ad arrivare oltre 400 militari Usa, di stanza a una cinquantina di km dalla frontiera siriana e poi quelli olandesi (circa 360 effettivi) e tedeschi (400 militari), posizionati un po’ più lontano. Anche allora, la sinistra turca ha manifestato contro le basi militari Nato, e domenica le proteste hanno interessato soprattutto la città sudorientale di Antakya. Entro metà febbraio, le operazioni verranno comunque completate anche dai missili inviati dagli Stati uniti.
Per il regime siriano di Bashar al Assad – sotto attacco dall’interno e dall’esterno dal marzo 2011 – si tratta di «un’ulteriore provocazione» da parte del governo di Recep Tayyip Erdogan. Un’ulteriore spinta in avanti nell’impegno militare di Ankara, che sostiene attivamente l’opposizione all’ex alleato Assad e non nasconde le sue ambizioni economiche e politiche nella regione. Secondo alcuni analisti, l’intenzione sarebbe quella di costituire un arco sunnita che vada da Gaza al nord dell’Iraq passando per la Siria, che dovrebbe essere governata da un modello «islamico-democratico» opposto a quello iraniano. Ankara non può digerire che, in virtù dell’alleanza tra Damasco e Tehran, l’Iran – che ha già influenza in Libano e in Iraq – diventi la più grande potenza regionale controllando anche la Siria. Il conflitto siriano ha già cambiato le carte in gioco nella regione, mostrando un campo che oppone, da un lato, la Turchia, gli Usa, la Nato, i kurdi e i sunniti iracheni e i paesi del Golfo. Dall’altro, la Siria, la Russia, l’Iran, gli sciiti iracheni, gli Hezbollah libanesi.
Erdogan ha abbandonato le trattative con Assad nell’estate del 2011. Il Consiglio nazionale siriano è stato creato a Istanbul il 2 ottobre 2011, e lì i Fratelli musulmani hanno tenuto il loro primo congresso in trent’anni, lanciando poi il loro partito politico. Dall’aprile 2011, il governo turco sostiene di aver accolto circa 40.000 rifugiati siriani. Far cadere Assad si è rivelato però più complicato del previsto, e il sostegno dei turchi all’interventismo, tutt’altro che scontato. Secondo un sondaggio reso noto nell’estate scorsa, solo l’8% degli intervistati ha ritenuto giusto l’appoggio militare all’opposizione siriana, mentre il 41% ha sostenuto che Erdogan non dovrebbe immischiarsi negli affari interni di Damasco.
Ieri, la Russia – da cui proviene il 70% del gas importato in Turchia – ha dichiarato che il conflitto in Siria «sarà lungo» e ha inviato due aerei per evacuare 150 degli 8.000 suoi cittadini attualmente in Siria.

Giù le mani dall’Iran


Fonte: Solidarity with Iran

Traduzione di Tommaso Cavagna

Cari amici e sostenitori del diritto dell’Iran all’autodeterminazione.

Questo messaggio urgente vuole attirare la vostra gentile attenzione alla petizione qui sotto – firmata da Ramsey Clark, l’ex ministro della giustizia degli Stati Uniti e che ora sta venendo firmata da altri attivisti del movimento contro la guerra – che condanna le sanzioni e le minacce di guerra contro l’Iran. Per favore fate circolare la petizione il più possibile. L’obiettivo è quello di raccogliere più firme possibile prima del prossimo round di negoziazioni tra il gruppo 5+1 e l’Iran che si dovrebbe tenere entro la fine di questo mese (gennaio 2013). Oltre a firmare la petizione online, apprezzeremmo molto se ci poteste informare del vostro sostegno attraverso una breve nota di conferma al mio indirizzo email, all’interno della petizione stessa.
Con cortesia e solidarietà,
Hamid Shahrabi
Co-fondatore di ‘Solidarity with Iran’- SI Campaign

Giù le mani dall’Iran

All’avvicinarsi del nuovo round di negoziazioni tra i paesi del 5+1- cioè Usa, UK, Francia, Russia, Cina più la Germania – con l’Iran per discutere il cosiddetto “problema di un Iran nucleare”, noi i sottoscrittori dichiariamo la nostra presa di posizione sull’argomento come segue:

In una riunione che si è tenuta il 12 gennaio 2013 a Riverside Church in New York, in occasione del 85 compleanno di Ramsey Clark, ex ministro della giustizia americano e che coincideva con il ventesimo anniversario della fondazione dell’International Action Center (IAC) (Centro per l’Azione Internazionale NdT), Ramsey Clarck e Sara Flounders (cofondatrice  dell’IAC) hanno messo le prime firme alla petizione intitolata “Il 99% per le negoziazioni del 5+1 con l’Iran”. Il testo della petizione, che è stata sponsorizzata da un crescente numero di organizzazioni contro la guerra, incluse Solidarity with Iran -Si Campaign e IAC, è il seguente:

*****

All’avvicinarsi del nuovo round di negoziazioni tra i paesi del 5+1- cioè Usa, UK, Francia, Russia, Cina più la Germania – con l’Iran per discutere il cosiddetto “problema di un Iran nucleare”, noi i sottoscrittori dichiariamo la nostra presa di posizione sull’argomento come segue:
Ci sono 2 parti nella disputa, una composta dagli Usa e dai loro alleati nell’Unione Europea che accusano l’Iran di star costruendo armi nucleari – senza presentare neanche un briciolo di fatti o documenti credibili – e l’altro composto dall’Iran, che si sta sforzando di proteggere il suo diritto allo sviluppo di energia nucleare con scopi  pacifici sulla base delle disposizioni dell’Ente Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA).
Sulla base di accuse infondate, usate come pretesto, una delle 2 parti diretta dall’impero statunitense sta già da tempo punendo l’Iran con sanzioni da genocidio, un atto inumano che ha messo in pericolo la vita di decine di milioni di iraniani innocenti per il loro solo ‘crimine’ di voler vivere liberi e indipendenti dal giogo di potenze egemoni. La scusa per queste aggressioni è un asserzione che è stata fortemente negata da governanti iraniani ed organizzazioni internazionali come il ‘Fronte delle Nazioni non Allineate’, che rappresenta 120 paesi. Inoltre, l’accusa che l’Iran intenda sviluppare armi nucleari è stata confutata persino dalle organizzazioni di intelligence degli stessi Stati Uniti.
Una parte di questa disputa ha continuamente mostrato la sua arroganza imperiale commettendo crimini di guerra in Afganistan, Iraq, Libia e Siria e attraverso il totale supporto ad Israele e ai suoi ripetuti eccidi in Palestina. L’altro lato, l’Iran, non ha mai iniziato guerre di aggressione da quando è stato rovesciato il finto regime della Shah nel 1979. Questo fatto, in linea con la presa di posizione corrente dell’Iran contro ogni guerra nel resto del mondo, indica che l’Iran vuole vivere in pace con le altre nazioni.
Conoscendo i fatti e le reali prese di posizione delle due parti della disputa, come può un amante della libertà rimanere in silenzio ed essere imparziale sulle ‘negoziazioni’ tra i due campi?. In queste negoziazioni una parte rappresenta gli oppressori e l’altra gli oppressi. Un lato cerca di dominare, sfruttare e saccheggiare e l’altro vuole preservare il suo diritto di sovranità e di autodeterminazione. Un lato rappresenta i privilegi delle grandi forze capitaliste che costituiscono l’1% della popolazione mondiale e l’altro invece si batte per la pace, l’indipendenza e la giustizia, cause comuni al restante 99%. Per questo siamo dalla parte dell’Iran e chiediamo urgentemente a tutti gli attivisti del movimento internazionale per la pace di unirsi a noi firmando questa petizione e domandando:
– La fine immediata delle sanzioni e la fine delle minacce di guerra contro l’Iran.
– Un accordo giusto con l’Iran, riconoscendo il diritto della popolazione iraniana allo sviluppo di energia nucleare per scopi pacifici.
– Giù le mani dall’Iran (Hands off Iran!)

Siria, una realtà diversa. Intervista con Anastasia Popova.


 

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Fonte: pressenza

Traduzione di Tommaso Cavagna

L’agenzia di stampa internazionale “Pressenza” ha recentemente rilanciato un articolo, scritto da Silvia Cattori, che raccontava il documentario fatto da Anastasia Popova e trasmesso dal canale Russia 24. Questa pubblicazione ha attratto elogi e critiche per il punto di vista che prende sugli accadimenti in Siria. Punto di vista molto differente da quello dei media europei.

Per questo motivo abbiamo deciso di approfondire l’argomento parlandone con l’autrice dell’inchiesta, una giovane giornalista che ha seguito la ‘primavera araba’ in vari paesi e che ha passato del tempo in Siria, in contatto con molte persone coinvolte nel conflitto e che ci offre uno sguardo diverso sull’inizio della guerra in Siria.

Anastasia, prima di tutto grazie per la tua disponibilità. Per quanto tempo sei stata in Siria con la tua troupe?

Siamo stati lì un totale di 7 mesi, da agosto  2011, quando ancora non c’era la guerra, fino ad adesso   che la guerra è ormai pienamente innescata. Possiamo quindi dire che gli eventi si sono sviluppati proprio davanti ai nostri occhi. Siamo stati in Siria per circa un mese alla volta, da Deraa a Idieb e Aleppo e da Latakia lungo il confine turco a al Aqmishil e poi giù a Deir Ez Zour.

Qual è la tua impressione generale sul conflitto?

Dal momento in cui arrivammo in agosto fino a tutto dicembre quello che ci stupì maggiormente fu la differenza tra quanto veniva raccontato sulla Siria dall’estero e quanto stava effettivamente succedendo dentro il paese. Alcune volte si arrivava all’assurdo: ricevevamo chiamate dal quartier generale del nostro canale  che ci domandava  della piazza tal-dei-tali dove una dimostrazione antigovernativa veniva colpita con carrarmati e artiglieria. Noi andavamo in quella piazza ed era tutto normale, qualche pedone e un vigile a dirigere il traffico.

Nonostante i nostri sforzi  non siamo mai riusciti a trovare dimostrazioni antigovernative di migliaia di persone così spesso citate dai media occidentali. Abbiamo parlato con l’opposizione, e perfino  loro ci hanno detto che era difficile coinvolgere le persone nelle proteste. L’unico modo era quello di usare le moschee, e già se riuscivano a trovare anche solo 50 persone, che uscissero per un quarto d’ora e si facessero filmare , ciò veniva considerato un successo. La maggioranza della popolazione era semplicemente non interessata.

Poi cominciarono le provocazioni, persone venivano uccise per la semplice appartenenza ad una religione sbagliata; iniziarono gli  attacchi armati contro edifici ed impiegati governativi, stazioni di polizia e tribunali.

Ciò nonostante il governo rispose alle domande pacifiche. Alcune leggi furono cambiate, venne creata una commissione per il dialogo nazionale che includeva quasi tutti i gruppi di opposizione. Dal lavoro di questa commissione venne fuori una nuova costituzione che fu sottoposta a referendum. Quindi  furono indette le elezioni e molti dei gruppi politici siriani d’opposizione ottennero rappresentanza in parlamento. E così la questione delle proteste di massa si calmò.

Ma per molti soggetti interessati alla situazione quello non era il risultato gradito. Cominciarono così a mettere insieme quella che può essere definita “l’opposizione straniera” composta principalmente da gente che viveva in Europa ormai da 40 anni. Ovviamente, data la mancanza di supporto interno in Siria, l’unico modo per l’opposizione di andare al potere non erano le elezioni ma l’intervento armato.
Iniziarono mettendo l’una contro l’altra le varie confessioni religiose e allo stesso tempo mandando in Siria combattenti stranieri. La prova si può trovare nell’ultimo resoconto dell’ONU che conta gruppi di persone di ben 29 nazionalità diverse che combattono l’esercito siriano.

Usano armi straniere che non sono disponibili in Siria, cosa che filmammo, armi che l’esercito siriano non ha in dotazione, inclusi gli M16 da cecchino (armi statunitensi NdT), mitragliatrici europee, vari missili anti-carro e anti-aerei, così come dispositivi avanzati per le comunicazioni satellitari che furono  apertamente rese disponibili da certi stati occidentali.

Queste armi furono  prima battuta mandate in Turchia (le prove ce le fornì un imprenditore egiziano) e poi date al FSA (Free Syrian Army) da ufficiali turchi attraverso il confine. Questo fu visto da un giornalista libanese che cercò di filmare il tutto, ma fu arrestato per 3 giorni in Turchia e gli venne distrutta la telecamera.

A proposito, il confine tra Siria e Turchia è controllato dall’esercito turco secondo un patto firmato dalle due nazioni nel 1998. Non c’è polizia che controlla il confine siriano, ci sono stata e l’ho visto con i miei occhi.

Inoltre i paesi occidentali forniscono all’opposizione, che è composta principalmente da stranieri, ingenti finanziamenti. Per tutto quanto detto è difficile definire quello che sta succedendo in Siria come una guerra civile, anche se ormai sono riusciti nell’intento di dividere la popolazione e ci sono casi di famiglie divise con alcuni membri che stanno con i ‘ribelli’ ed altri con l’esercito Siriano.

Pensi ci possa essere una soluzione pacifica?

Penso sia l’unica strada per fermare la crisi. La maggior parte delle guerre tra paesi ad un certo punto finiscono con la firma di un accordo di pace. La situazione sul terreno al momento vede ancora l’esercito siriano in controllo delle principali città. Dopo più di un anno di combattimenti intensi l’opposizione non è ancora riuscita a costruire roccaforti o  a conquistare  zone di una certa estensione. Continuano a dividersi perché alcuni gruppi perdono il supporto finanziario, altri saccheggiano altri ancora hanno già iniziato a combattere i guerriglieri stranieri. Alcuni si sono uniti ad Al-Qaeda che combatte  anch’essa contro l’esercito siriano e che, ricordiamolo, è ufficialmente considerata un’associazione terroristica. Quindi con chi dovrebbe negoziare il governo siriano? Neanche gli osservatori dell’Onu sono riusciti a trovare un singolo leader di questi gruppi armati e quindi un altro tentativo di mediare un cessate il fuoco è fallito. Nonostante questo,  nel suo ultimo discorso il presidente Assad ha rinnovato la sua disponibilità a negoziare, ma stavolta si è riferito apertamente agli sponsor stranieri che sono dietro le milizie d’opposizione. Sfortunatamente, una soluzione pacifica non sembra far parte della loro agenda –  infatti hanno già rifiutato l’offerta.

Quando hai realizzato questo documentario? É stata una tua iniziativa o ti è stata assegnata dall’agenzia di stampa?

La decisione iniziale di mandarmi in Siria fu presa dai miei superiori, ma naturalmente durante il mio lavoro sul campo ho fatto amicizie, alcune delle quali ho perso in seguito perché hanno perso la vita. Ero andata in Siria per raccontare i fatti, ma col tempo mi sono resa conto che le persone non sono fatti e iniziai a condividere il loro dolore.

Il film fu una mia iniziativa personale. Fu una risposta emotiva agli eventi che stavo seguendo giornalisticamente. Lo feci per onorare i miei amici caduti e il popolo siriano, a cui non importa molto di politica e che vuole solo vivere in pace.

Fortunatamente il mio lavoro mi offre l’opportunità di far arrivare il mio punto di vista ad un gran numero di persone e ho usato questa possibilità anche se l’approvazione del film da parte dell’agenzia di stampa non è stata affatto facile.

Abbiamo ricevuto critiche sul fatto che Russia24 sia un canale che esprime solo le posizioni favorevoli al governo russo: cosa ci puoi dire al riguardo?

É facile attaccare ‘l’ambasciatore’  quando non ti piace il messaggio che porta. Quando la gente vede resoconti preparati in lussuosi hotel libanesi che citano ‘informazioni non confermate’ di attivisti riguardanti supposte atrocità governative, questa gente acclama  “Si! Si! Uccidi il malvagio dittatore!”, ma quando qualcuno effettivamente spende un certo periodo di tempo in Siria, cercando di capire quello che sta succedendo realmente, e torna indietro e dice “attenzione, non è ASSOLUTAMENTE questo che sta SUCCEDENDO”, la gente lo bolla come propaganda governativa. Cosa posso rispondere? Che un biglietto per la Siria è poco costoso e le frontiere sono aperte. Otre 300 corrispondenti stranieri lavorano in Siria e mandano i propri resoconti via internet liberamente e senza censura governativa. Se non vi fidate di me, ‘una giovane reporter di un canale statale russo’, andate a vedere con i vostri occhi quello che succede. Ma non sorprendetevi se finite in una realtà diversa.

Questo un buon esempio da “The Independent”  (giornale inglese NdT):” Sono qui a Damasco da 10 giorni e ogni giorno sono sorpreso dal fatto che la situazione nelle varie zone della Siria che ho visitato è completamente diversa dal quadro presentato al mondo da leader e media stranieri.”

Questo è daThe Guardian” (giornale inglese NdT) :
FSA- “Non ci sono progressi al fronte e questo ha influito sui nostri finanziatori che non ci hanno mandato munizioni … anche la gente è stufa di noi. Eravamo liberatori, ma ora invece ci denunciano e protestano contro di noi.


 Cosa ne pensi dell’atteggiamento del governo russo rispetto alla situazione in Siria?

Credo siano perfettamente coscienti della situazione sul terreno e hanno costantemente insistito per una soluzione pacifica: cessate il fuoco e dialogo con tutte le forze in campo. Che altro possono fare?

Stai per partire per una meritata vacanza. Ritornerai in Siria? Che speranze hai al riguardo?

Non è stata mia la decisione originale di andare in Siria, sono stata mandata come reporter e stavo facendo il mio lavoro. Dipende dai miei superiori decidere dove andrò la prossima volta ma se dovessero decidere di nuovo per la Siria accetterei.

La Francia e i ribelli islamici: due pesi e due misure (di Iyad Khuder)


Fonte: Il Pensiero Attuazionista

Hollande in EAU 15 gennaio: Il nostro intervento in Mali è per proteggere la sovranità dello stato del Mali e per prevenire un espansione dei terroristi.

Muaz Al-Khatib, deluso dalla decisione degli USA di inserire Al-Nusra nella lista di organizzazioni terroristiche. “la decisione di inserire nella lista nera uno dei gruppi che combattono il regime deve essere riesaminata”

I ribelli islamici per la Francia: terroristi in Mali e amici in Siria

In Siria: amici di Hollande

In Mali: terroristi da uccidere

Mentre la Francia si trova coinvolta in Mali PER PROTEGGERE LO STATO contro i combattenti islamici legati ad Al-Qaeda, considera quegli stessi jihadisti che urlano Allah Akbar e che combattono il regime infedele in Siria, come “ribelli pro libertà e democrazia”! Non crea alcun problema alla Francia che i ribelli stiano in realtà distruggendo lo stato siriano, gli impianti delle centrali elettriche, oleodotti, scuole, bancomat, dipartimenti di polizia e tutte le istituzioni governative!

Così come la Francia da un lato considera un suo dovere mandare elicotteri e l’aereonautica a bombardare i miliziani islamici in Mali, dall’altro accusa l’esercito siriano di commettere un’aggressione brutale laddove invece sta solo difendendo lo stato all’interno dei suoi confini..

Noi siriani non osiamo chiedere alla Francia di aiutarci a combattere quelle bande di estremisti che stanno distruggendo il nostro paese, ma chiediamo ai politici francesi di “andare a quel paese” e di smetterla di versare lacrime di coccodrillo per la popolazione siriana che proprio ora sta vivendo un forte razionamento di elettricità, gas e benzina, grazie ai “ribelli pro libertà e democrazia”, probabilmente convinti che anche l’elettricità e le scuole appartengano al ‘regime’.

Così come ringraziamo la UE che ha organizzato molte conferenze degli “amici del popolo siriano” offrendo sempre uno straordinario supporto alla popolazione siriana: un inasprimento delle sanzioni!

Tutte quelle volte che finiamo la disponibilità di elettricità, benzina, pane, ci ricordiamo con affetto dei nostri “amici del popolo siriano” ed esprimiamo loro la nostra più sincera gratitudine.

Con amici così chi ha bisogno di nemici!?

Si potrebbe sostenere che la “Francia non stia aiutando i jihadisti in Siria, ma solo i ‘ribelli’ che combattono per la libertà e la democrazia” ed è per questo che il suo presidente Francois Hollande ha ricevuto Muaz Al-Khatib, il capo del cosiddetto “Syrian Opposition National Council” (che è stato creato a Doha alla presenza dell’ambasciatore Americano in Siria Robert Ford e a quella dell’emiro del Qatar) , ed è stato riconosciuto come ‘legittimo rappresentante del popolo siriano’.

Bene, ma non si può non comprendere la natura di quei ‘ribelli’ davanti alla dichiarazione che Muaz Al-Khatib, che si suppone sia un politico che lotta per la democrazia, ha rilasciato, in quanto molto deluso dalla decisione degli Stati Uniti di inserire nella lista delle organizzazioni terroriste “Jabhat Al-Nusra”, collegata ad Al Qaeda e forza militare principale che combatte l’esercito siriano. Al-Khatib infatti, nel suo discorso al meeting di Marrakesh (Marocco) degli ‘Amici della Siria’ il 12-12-2012 dichiarò:

“La decisione di mettere nella lista nera uno dei gruppi che combattono il regime deve essere riesaminata”

The Voice of Russia:

Sito ufficiale di  Muaz Al-Khatib:

I leader del cosiddetto “Free Syrian Army” e altri personaggi dell’opposizione hanno condannato la decisione Americana ed espresso amicizia per “Al-Nusra” in una dichiarazione all’agenzia France Press (in Arabo) france24.com

P.S. Strano che le dichiarazioni sull’argomento di Muaz Al-Katib o quelle dei ribelli o dell’opposizione non riescano ad essere pubblicate sui media occidentali, e difatti non si trovano, anche cercando in Google.

Ciò che sono riuscito a trovare io, è solo la versione in Arabo su france24.com, perchè i politici occidentali sanno che nel mondo arabo c’è simpatia e ci può essere compassione per gli estremisti di Al-Nusra e Al-Qaeda, ma non vogliono rischiare di rivelare la vera natura dei “ribelli” in Siria al pubblico europeo.

Iyad Khuder 15 gennaio 2013

Traduzione di Tommaso Cavagna

Violenza sessuale: l’altro fronte della guerra in Siria


Fonte: RT

Traduzione di Violetta Nobili

I gravissimi abusi sessuali in Siria sono la causa dell’esodo dei civili, secondo l’ultima relazione dell’International Rescue Committee

Il preoccupante livello raggiunto dalla violenza sessuale è un aspetto “significativo e allarmante” della guerra in Siria, tanto da diventare – secondo l’ultima relazione della ONG International Rescue Committee (IRC) – una delle prime cause dell’esodo dei civili.

 “I rifugiati siriani interrogati dall’IRC riferiscono che le violenze sessuali sono la prima causa che induce a fuggire dal conflitto”, problema aggravato dalla “terribile mancanza di medicine e di servizi psicologici con cui aiutare il recupero psicofisico nei paesi che accolgono i rifugiati”, recita la relazione, che raccoglie storie di donne e di giovani che hanno subito sequestri, violenze, torture e anche omicidi.

In molti casi le vittime, provenienti da zone diverse del paese, hanno sofferto abusi in pubblico o nelle loro case, spesso in presenza dei familiari. In base a quanto afferma la relazione, la maggioranza degli attacchi è stato perpetrato da uomini armati.

In uno dei casi più tragici un padre ha ucciso la propria figlia per evitare che venisse violentata, quando ha visto un gruppo di uomini armati avvicinarsi alla loro casa.

Tra le vittime sopravvissute a violenze ce ne sono poche che decidono di denunciare il reato poiché, in base alle strette norme sociali, si sentono “disonorate” o hanno paura della vendetta dei loro aguzzini. Altre, così come riporta la relazione, temono di denunciare l’abuso perché possono morire per mano dei loro parenti, poiché questi ritengono che una donna o una giovane violentata è una vergogna per la famiglia. Vengono riportati anche casi di violenza sessuale su minori.

Gli autori della relazione asseriscono che il numero dei civili sfollati all’interno del paese è arrivato già a 2 milioni e il numero dei rifugiati nei paesi vicini, come Libano, Turchia, Giordania e Iraq, raggiunge i 6 milioni.

In base agli ultimi dati dell’ONU, dall’inizio del conflitto in Siria sono morte più di 60.000 persone.