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L’Iran dovrebbe essere l’argomento principale delle audizioni al Congresso


Fonte: Solidarity with Iran

Traduzione di Tommaso Cavagna

Nell’articolo sotto, Zbigniew Brzezinski, ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale, da una parte si schiera contro un attacco militare all’Iran in questa particolare congiuntura internazionale, dall’altra incoraggia i capi dell’ONU (sostanzialmente i 5 paesi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza con potere di veto NdT ) a continuare con le dolorose sanzioni contro l’Iran. In altre parole, Brzezinski propone l’uso inumano delle sanzioni economiche per arrivare ad un cambiamento di regime in Iran. Alla luce di tali politiche aggressive, che con protervia annullano il diritto del popolo iraniano all’autodeterminazione e alla sovranità nazionale, è arrivato il momento per tutti gli amanti della libertà in tutto il mondo di opporsi alle sanzioni da genocidio contro l’Iran.

Solidarity with Iran – SI

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(L’autore del seguente articolo, Zbigniew Brzezinski, è stato Consigliere per la Sicurezza Nazionale dell’amministrazione Carter ed è l’autore del recente libro “Strategic Vision”)

C’è da sperare che le prossime audizioni dei Comitati (del congresso USA NdT) per le Relazioni Esterne e per le Forze Armate, che riguarderanno le nomine da parte del presidente Obama del nuovo Segretario di Stato e del Ministro della Difesa, producano un ampio dibattito riguardo al ruolo del nostro paese nel mondo, in un periodo di instabilità come quello attuale. Le audizioni quasi certamente metteranno a fuoco e porranno domande sulla saggezza strategica di un potenziale attacco militare degli USA contro l’Iran. Recenti articoli apparsi sui media israeliani hanno citato un ex membro del Consiglio di Sicurezza Nazionale (NSC) USA che prevedeva un attacco entro l’estate.

E’ essenziale che l’argomento di un attacco all’Iran sia discusso esaustivamente e alla luce dell’interesse nazionale americano. Nonostante il presidente abbia abilmente evitato di fornire chiarimenti su una eventuale azione militare, la continua mancanza di un accordo con l’Iran, riguardo alla sua ottemperanza del Trattato di non Proliferazione Nucleare (NPT) porterà inevitabilmente ad un maggiore clamore da parte di paesi stranieri e falchi domestici in favore di un attacco militare degli Stati Uniti, da soli o in collaborazione con Israele.

Una nuova e ‘auto-generata’ (di aggressione NdT) guerra lanciata dagli Stati Uniti avrebbe cinque importanti implicazioni che meritano un’analisi più attenta:

1) Quanto efficace è probabile che sia un bombardamento americano delle installazioni nucleari iraniane? E che costo umano avrebbe?

2) Quali potrebbero essere le ritorsioni iraniane contro gli interessi statunitensi e con che conseguenze per la stabilità regionale? Quanto l’instabilità potrebbe danneggiare le economie europee ed asiatiche?

3) Può un attacco americano essere giustificato dal punto di vista del diritto internazionale’? E quanto è probabile che i membri del Consiglio di Sicurezza dell’Onu – in particolare Russia e Cina che hanno potere di veto – ne diano l’avallo?

4)  Dato che si suppone che Israele abbia più di cento testate nucleari, quanto è credibile l’argomento che l’Iran possa attaccare Israele senza che prima si sia dotato di un significativo arsenale nucleare. Un arsenale tale da poter anche sostenere un attacco nucleare israeliano ed essere ancora in grado di lanciare una ritorsione  credibile (il cosiddetto ‘second-strike capability’ NdT).

5) Ci sono alternative, per neutralizzare la minaccia nucleare iraniana, che non comportino una guerra di aggressione unilaterale in un contesto regionale già molto instabile?

Le stime correnti più accurate suggeriscono che un bombardamento americano limitato avrebbe un effetto solo temporaneo. Attacchi ripetuti sarebbero più efficaci ma le vittime civili aumenterebbero proporzionalmente e ci sarebbero grossi rischi di rilascio di radiazioni. Il nazionalismo iraniano poi uscirebbe galvanizzato da un attacco militare, che alimenterebbe per decenni l’odio verso gli Stati Uniti a tutto beneficio del regime.

Le ritorsioni iraniane potrebbero creare agli Stati Uniti grosse difficoltà aprendo un nuovo fronte di guerriglia in Afghanistan occidentale. Theran potrebbe anche far precipitare la violenza in Iraq, cosa che poi potrebbe infiammare tutta la regione ed allargare il conflitto anche alla Siria, al Libano e alla Giordania.
La marina americana dovrebbe essere in grado di mantenere aperto lo stretto di Ormuz (dove transita una buona parte del petrolio mondiale NdT), ma i crescenti costi assicurativi per il trasposto di petrolio avrebbero un effetto negativo sulle economie europee ed asiatiche e la colpa finirebbe per essere addossata agli Stati Uniti.

Data la recente pessima prestazione degli Stati Uniti all’Onu – dove gli Usa e Israele sono riusciti a trovare solo 7 paesi su 188 disposti ad opporsi alla concessione dello status di nazione alla Palestina – è facile prevedere che un attacco unilaterale produrrebbe un indignazione crescente contro gli Stati Uniti. Se l’Assemblea Generale (GA) dell’ONU condannasse l’attacco, gli Stati Uniti si ritroverebbero a dover gestire una situazione regionale di conflitto prolungato, in un isolamento internazionale senza precedenti.

Il Congresso dovrebbe anche prendere in considerazione il fatto che i nostri amici medio-orientali ed europei che spingono per un attacco all’Iran sono generalmente poco propensi ad infilarsi direttamente in un altro sanguinoso conflitto medio-orientale. Peggio ancora, la maggior beneficiaria di un attacco all’Iran risulterebbe la Russia di Putin che sarebbe in grado di vendere il proprio petrolio e gas all’Europa in una condizione di quasi monopolio e avrebbe inoltre mani libere per intervenire in Georgia ed Azerbaijan.

Ne segue che il mancato raggiungimento di un soddisfacente accordo negoziale con l’Iran non dovrebbe essere visto come il motivo per scatenare un’altra guerra da parte degli Stati Uniti, guerra che difficilmente rimarrebbe confinata al solo Iran. Una strada più efficace e prudente per gli Stati Uniti sarebbe quella di continuare con le dolorose sanzioni contro l’Iran adottando per il Medio-Oriente la stessa politica che per decenni ha protetto gli alleati americani in Europa e Asia contro la minaccia molto più grande della Russia stalinista e più recentemente contro la minaccia nord-coreana. Una minaccia militare iraniana contro Israele o contro qualsiasi paese amico degli USA in Medio-Oriente verrebbe considerata come una minaccia diretta agli Stati Uniti stessi e provocherebbe una risposta adeguata da parte degli USA.

Una seria discussione di queste questioni da parte del Comitato per le Relazioni Estere (del Congresso NdT) potrebbe aiutare a generare un forte consenso che la scorciatoia di una guerra sconsiderata – per la quale al momento non c’è neanche il supporto né del popolo americano né di quello israeliano – non è la risposta più saggia ad una crisi potenzialmente gravissima. In effetti potrebbe aver avuto ragione Meir Dagan, ex capo del Mossad israeliano, quando disse in maniera molto diretta che un attacco all’Iran è “la cosa più stupida che abbia mai sentito”. Fortunatamente, c’è un’opzione migliore anche se non perfetta.

Breve commento sulle sanzioni da parte del traduttore:

Gli Stati Uniti non sono affatto nuovi all’uso delle sanzioni economiche come forma di coercizione internazionale. Senza voler qui neanche provare ad abbozzarne una storia, vorrei però condividere un video che fa capire perfettamente sia quanto gli USA siano coscienti dei devastanti danni umani che le sanzioni provocano alle popolazioni colpite, sia quanto siano pronti a considerare questi danni un costo ‘accettabile’. Nell’intervista, la giornalista della CBS chiede a Madeleine Albright – allora segretario di stato USA – se la morte (dovuta alle sanzioni) di mezzo milione di bambini iracheni fosse un prezzo accettabile per contrastare il regime di Saddam Hussein. La risposta della Albright è molto chiara: “[…] Sì, il prezzo è accettabile”.
Quindi l’arco delle possibili opzioni dell’establishment statunitense nei confronti dell’Iran vanno dall’attacco militare – proposto dai falchi –  al lento genocidio tramite sanzioni proposto dalle ‘colombe’.

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Proteste per l’arrivo dei missili Patriot


Fonte: Il Manifesto

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Da due giorni, in Turchia, la polizia sta reprimendo i manifestanti, che protestano per l’arrivo dei missili Patriot tedeschi e olandesi inviati dalla Nato per essere dispiegati alla frontiera con la Siria. Decine di veicoli militari tedeschi hanno scaricato nel porto di Iskenderum, vicino ad Antiochia, oltre 130 container di batterie per missili terra-aria. Ogni batteria dovrebbe avere in media 12 lanciatori di missili. Ad accoglierli hanno trovato 150 militanti del Partito comunista turco che hanno scandito slogan e bruciato una bandiera statunitense in un’entrata del porto. Nel sud del paese, davanti alla base militare di Incirlik, si è svolta un’altra manifestazione contro «la politica interventista dellaTurchia in Siria». E anche nella capitale, Ankara, la sinistra ha manifestato «contro la presenza militare straniera» nel paese. Sono state arrestate 25 persone.

Il 21 novembre scorso, il governo turco ha chiesto alla Nato il dispiegamento dei Patriot (missili terra-aria di lunga gittata fabbricati dalla compagnia nordamericana Raytheon) lungo i 900 km di frontiera con la Siria. Allora, Ankara denunciò la morte di cinque civili, uccisi dai tiri di artiglieria provenienti dalla Siria. Nella prima settimana di gennaio, hanno cominciato ad arrivare oltre 400 militari Usa, di stanza a una cinquantina di km dalla frontiera siriana e poi quelli olandesi (circa 360 effettivi) e tedeschi (400 militari), posizionati un po’ più lontano. Anche allora, la sinistra turca ha manifestato contro le basi militari Nato, e domenica le proteste hanno interessato soprattutto la città sudorientale di Antakya. Entro metà febbraio, le operazioni verranno comunque completate anche dai missili inviati dagli Stati uniti.
Per il regime siriano di Bashar al Assad – sotto attacco dall’interno e dall’esterno dal marzo 2011 – si tratta di «un’ulteriore provocazione» da parte del governo di Recep Tayyip Erdogan. Un’ulteriore spinta in avanti nell’impegno militare di Ankara, che sostiene attivamente l’opposizione all’ex alleato Assad e non nasconde le sue ambizioni economiche e politiche nella regione. Secondo alcuni analisti, l’intenzione sarebbe quella di costituire un arco sunnita che vada da Gaza al nord dell’Iraq passando per la Siria, che dovrebbe essere governata da un modello «islamico-democratico» opposto a quello iraniano. Ankara non può digerire che, in virtù dell’alleanza tra Damasco e Tehran, l’Iran – che ha già influenza in Libano e in Iraq – diventi la più grande potenza regionale controllando anche la Siria. Il conflitto siriano ha già cambiato le carte in gioco nella regione, mostrando un campo che oppone, da un lato, la Turchia, gli Usa, la Nato, i kurdi e i sunniti iracheni e i paesi del Golfo. Dall’altro, la Siria, la Russia, l’Iran, gli sciiti iracheni, gli Hezbollah libanesi.
Erdogan ha abbandonato le trattative con Assad nell’estate del 2011. Il Consiglio nazionale siriano è stato creato a Istanbul il 2 ottobre 2011, e lì i Fratelli musulmani hanno tenuto il loro primo congresso in trent’anni, lanciando poi il loro partito politico. Dall’aprile 2011, il governo turco sostiene di aver accolto circa 40.000 rifugiati siriani. Far cadere Assad si è rivelato però più complicato del previsto, e il sostegno dei turchi all’interventismo, tutt’altro che scontato. Secondo un sondaggio reso noto nell’estate scorsa, solo l’8% degli intervistati ha ritenuto giusto l’appoggio militare all’opposizione siriana, mentre il 41% ha sostenuto che Erdogan non dovrebbe immischiarsi negli affari interni di Damasco.
Ieri, la Russia – da cui proviene il 70% del gas importato in Turchia – ha dichiarato che il conflitto in Siria «sarà lungo» e ha inviato due aerei per evacuare 150 degli 8.000 suoi cittadini attualmente in Siria.

La NATO dispiega le sue truppe lungo la frontiera tra Turchia e Siria


La missione delle forze militari statunitensi è quella di usare i missili anti-aerei Patriot

Fonte: RT

Un gruppo di militari della NATO è arrivato nella città turca di Gaziantep per gestire le batterie di missili anti-aerei Patriot, dispiegate sotto richiesta di Ankara nella zona di confine tra Turchia e Siria.

Per il momento si tratta di 27 militari di nazionalità statunitense, anche se è stato stabilito che in totale saranno 400. Per quanto riguarda gli specialisti dei Paesi Bassi e della Germania – gli altri due membri dell’Alleanza che hanno acconsentito a mettere a disposizione di Ankara i loro Patriot – una delegazione formata da 30 olandesi e da 20 tedeschi arriverà in Turchia l’8 gennaio per i preparativi necessari per installare il complesso missilistico. Altri 270 militari dell’Esercito dei Paesi Bassi arriveranno il 21 gennaio. Si calcola che in totale saranno circa 1.200 militari della NATO che controlleranno questi sistemi.

I missili partiranno dall’Olanda direzione Turchia il 7 gennaio. Ci si attende che per il 22 gennaio le sei batterie promesse dalla NATO saranno già dispiegate sulla frontiera turco-siriana (precisamente nelle vicinanze delle città del sud di Adana, Gaziantep e Kahramanmaraş) e saranno operative verso la fine di questo mese.

Nel Novembre scorso, la Turchia ha chiesto alla NATO di collocare nel suo territoio sistemi anti-aerei di missili Patriot con il pretesto di garantire la sicurezza nella zona di confine con la Siria, paese che subisce un conflitto armato intestino. La NATO ha deciso di inviare in Turchia 6 batterie di missili fornite dagli Stati Uniti, dalla Germania e dai Paesi Bassi, assicurando che verranno impiegate solo per la difesa della frontiera.

Nonostante ciò, la Russia e l’Iran criticano il dispiegamento ritenendolo una provocazione. Neanche la popolazione turca è d’accordo con la decisione del suo Governo: nel paese, infatti, vengono organizzate delle manifestazioni di protesta contro i Patriot.

Traduzione di Violetta Nobili Saviola