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Giù le mani dalla Siria, dall’Iran, dal Mali


Fonte: Contropiano

Giù le mani dalla Siria, dall'Iran, dal MaliContro la guerra dei governi imperialisti, i bombardamenti e l’intervento in Siria, in Mali e le minacce all’Iran e ai popoli che si oppongono alla penetrazione imperialista. Resistenza ora e sempre

                                 Il nemico è anche in casa nostra. 

L’art. 11 della Costituzione della Repubblica Italiana, ripetutamente calpestato, recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.”

Il governo italiano, dopo tante chiacchiere sulle soluzioni pacifiche dei contrasti internazionali, ancora una volta sostiene chi ha fatto in passato il ricorso alle armi per difendere i suoi interessi. La crisi economica ha acuito i contrasti interimperialisti accentuando la lotta per il controllo delle materie prime, dei mercati e delle zone d’influenza strategiche e la guerra commerciale è diventata guerra militare.

Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, organismo dominato dai maggiori paesi imperialisti, dopo le minacce, sostiene i bombardamenti e l’intervento militare imperialista per affermare il suo “diritto” a salvaguardare i suoi interessi cercando di imporre la pace con i suoi militari, missili, raid aerei e mercenari inviati sul campo.

USA, Francia e Gran Bretagna, il Consiglio di sicurezza dell’ONU, compreso il governo italiano, fino a ieri sostenitore di Assad (ricevuto con tutti gli onori al Quirinale), stanno facendo pressioni per approvare una risoluzione che autorizzi la “no fly zone” sulla Siria, e sostengono l’intervento francese in Mali.

Attraverso una grande campagna di disinformazione, fondata su menzogne, cercano di farci accettare la partecipazione ad una aggressione criminale contro un Paese sovrano come la Siria.

Come sempre si usano due pesi e due misure a seconda dei propri interessi, e si tace sui massacri compiuti dal governo sionista israeliano o sugli yemeniti massacrati da un regime reazionario.

Contro le aggressioni imperialiste, noi lavoratori e cittadini, leviamo forte la nostra voce di dissenso e di protesta nelle assemblee di fabbrica, nei luoghi di lavoro e nelle mobilitazioni di piazza.

Contro la guerra di aggressione alla Siria e al Mali sostenute dal governo italiano e da tutti i partiti di centrodestra e centrosinistra, ribadiamo la nostra opposizione attiva nelle fabbriche, nelle scuole, nelle piazze e ovunque sia possibile esprimere la nostra protesta.

La sorte della Siria, del Mali e di tutti i paesi sovrani ed il loro futuro va deciso dal popolo. Sono loro gli artefici del proprio destino. A loro spetta decidere il proprio futuro, senza ingerenze esterne o guerre umanitarie.

Il nemico è in casa nostra: sono i padroni e il governo italiano, i partiti borghesi di centrodestra e centrosinistra che spendono miliardi di euro in armamenti per aggredire altri popoli a scapito dei più elementari diritti per la popolazione, come il diritto al lavoro, allo studio, alla salute, alla casa, ad una vita decente.

Noi siamo a fianco degli operai, dei lavoratori e dei popoli di tutto il mondo che lottano contro le guerre imperialiste.

Contro le guerre dei padroni, solidarietà internazionale fra i lavoratori e i popoli sfruttati di tutto il mondo.

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La «sicurezza» dell’impero


Fonte: il manifesto

Menomale che in un mondo così pericoloso qualcuno pensa alla nostra sicurezza. Lo fanno gli autorevoli esponenti che si ritrovano a Monaco per l’annuale Conferenza internazionale sulla sicurezza. All’edizione 2013 (1-3 febbraio), cui non poteva mancare il ministro della difesa Di Paola, è stato Joe Biden, vicepresidente Usa, a tracciare le linee guida. Anzitutto la dichiarazione di principio: «Noi non ammettiamo che una nazione, qualsiasi essa sia, abbia una sua sfera di influenza». Principio che Washington ritiene sacrosanto per tutti i paesi, salvo gli Stati uniti. Non la chiamano però influenza, ma leadership. Come quella che gli Usa esercitano con la motivazione della lotta alla minaccia terrorista che – avverte Biden – si sta diffondendo in Africa e Medio Oriente, prendendo di mira «gli interessi occidentali oltremare». Per questo gli Usa «applaudono» all’intervento della Francia in Mali, fornendole intelligence, trasporto aereo di truppe e rifornimento in volo dei cacciabombardieri.
L’Europa rimane partner indispensabile degli Stati uniti nel quadro della Nato, che si allargherà ancora includendo Georgia e stati balcanici. In Afghanistan – precisa Biden – l’Europa ha fornito 30mila soldati e speso 15 miliardi di dollari. In Libia, grazie all’Europa, «la Nato ha agito in modo rapido, efficace e deciso». Ora è la volta della Siria: gli Usa hanno speso 50 milioni di dollari per l’assistenza militare ai «ribelli», cui ora si aggiungono 365 milioni come «aiuto umanitario», nel quadro di uno stanziamento che, con il contributo europeo, sale a un miliardo e mezzo di dollari. Altro obiettivo è l’Iran verso cui – chiarisce Biden – gli Usa, insieme all’Europa, adottano non una politica di contenimento, ma una azione per impedire che sviluppi «l’illecito e destabilizzante programma nucleare». Predica che viene dal pulpito di chi possiede migliaia di armi nucleari e, appena due mesi fa, ha effettuato un altro test nucleare per costruirne di nuove. Ma c’è ben altro all’orizzonte. Grazie alla più grande alleanza militare del mondo – spiega Biden – gli Stati uniti sono una potenza atlantica ma, come indica la nuova strategia, sono allo stesso tempo una «potenza del Pacifico».
Nella regione Asia/Pacifico c’è l’altra potenza, la Cina: gli Usa vogliono che sia «pacifica e responsabile» e che «contribuisca alla sicurezza globale», ovviamente com’è concepita a Washington, ossia funzionale al sistema politico-economico occidentale dominato dagli Stati uniti. Lo spostamento del centro focale della politica Usa dall’Europa al Pacifico – assicura Biden – è anche nell’interesse degli alleati europei, che dovrebbero parteciparvi pienamente. Washington preme quindi sui membri europei dell’«alleanza atlantica», già presenti con le loro navi da guerra nell’Oceano Indiano, perché aprano nuovi fronti ancora più a est, nel Pacifico. Argomento che, nel «dibattito politico sull’Europa», è assolutamente tabù.

Notizie vere dalla Siria: “Sto gridando: Appoggiamo l’Esercito Arabo Siriano e la Siria!” – Leila Khaled, eroina dell’OLP


Fonte: Noticias Reales de Siria

Traduzione di Pier Paolo Palermo

Leila Khaled, membro del Comitato Centrale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, è stata in Turchia per parlare ad un forum dal titolo “La dinamica della trasformazione in Medio Oriente”, organizzato dal Partito della Rifondazione Socialista. Khaled ha parlato dei piani imperialisti in Medio Oriente e della resistenza contro questi piani alla pubblicazione turca YURTA.

Cosa pensa degli ultimi eventi occorsi in Medio Oriente?

Il Medio Oriente è teatro di conflitti da secoli. I popoli della regione stanno muovendo guerre di liberazione. I colonialisti europei hanno fatto il loro comodo con la terra dei Palestinesi, così come gli Ottomani. Adesso è arrivata Israele. Mentendo a tutto il mondo e servendosi della religione, sono venuti e hanno detto che quella terra l’avevano ricevuta da Dio. Noi respingiamo quel concetto. Che vuol dire? Dio si è buttato nel mercato immobiliare? Terra promessa per alcuni, e per altri esilio. Noi rifiutiamo nel modo più assoluto una cosa del genere.

Ci sono forze imperialiste nella regione che appoggiano e difendono Israele. Ci sono leader arabi della regione che rendono omaggio a Israele. Gli Stati Uniti tradizionalmente promuovono una politica del bastone e della carota nella regione. Forze arabe reazionarie sono state alla Casa Bianca, si sono inginocchiati uno per uno e hanno chiesto scusa. “Faremo quello che dite voi, il nostro petrolio è vostro”, hanno detto. Ma gli Arabi si rifiutano di soccombere.

Dove si colloca la Turchia in questo momento?

La Turchia è a capo del gruppo che protegge Israele. Israele ha messo in ginocchio la Turchia. Nove persone provenienti dalla Turchia furono assassinate sulla Mavi Marmara. Successivamente, il console turco fu insultato. Il governo turco disse che Israele si sarebbe scusato pubblicamente, ma Israele non lo ha mai fatto. Si arrivò a dire esplicitamente: “Non chiederemo perdono”. A dispetto di tutto questo, il governo turco ha incrementato ulteriormente la cooperazione economica e militare con Israele. La vera difesa di Israele si porta avanti per mezzo della Turchia. La più grande base militare statunitense nella regione è la base di Incirlik. Il mio appello nei vostri confronti è questo: liberatevi di quella base. Estendete il boicottaggio contro Israele.
Simon Peres ha pubblicato un nuovo libro, “Il nuovo Medio Oriente”. Se ne accerti lei stesso, segue esattamente la “Iniziativa del Grande Medio Oriente” degli Stati Uniti: zummano su di noi e ci fanno a pezzi. Sono loro a determinare come vivremo. Voi e noi, siamo tutti nella stessa trincea, loro bersagli.
La Turchia sostiene incondizionatamente l’imperialismo. In Turchia i Curdi non hanno gli stessi diritti dei Turchi. Più di diecimila curdi sono ammassati nelle carceri. Proprio come i prigionieri palestinesi. Quello che Israele sta facendo ai palestinesi, la Turchia lo sta facendo ai Curdi.
Adesso lei si chiederà perché la Turchia riceve da me tanta attenzione. È ovvio, perché la Turchia mette il naso in tutto quello che succede nella regione.

Potrebbe spiegare la posizione del FPLP sull’aggressione imperialista contro la Siria?

Ora, loro vogliono instaurare il “Grande Medio Oriente” per mezzo di conflitti religiosi e settari. Questo è quello che sta succedendo in Siria. Secondo l’ultimo censimento, i Palestinesi sono undici milioni e ottocentomila. Tuttavia, solo la quarta parte di questi vive in territorio palestinese. Una fetta enorme della popolazione si è auto esiliata, e l’unico paese che ha ricevuto queste persone a braccia aperte è stato la Siria. Quello che è stato fatto a noi, adesso lo si sta facendo alla Siria.
Sto gridando con quanto fiato ho in corpo: siamo con l’esercito siriano e il popolo della Siria. Abbiamo fiducia nel popolo siriano, che ha offerto protezione a noi palestinesi e ci accoglie nella sua terra da oltre sessanta anni. Siamo sicuri che riusciranno a sormontare questo problema.

Il FPLP continua a propugnare l’opzione rivoluzionaria?

Sì. Dopo la morte di George Habas, Abu Ali Mustafa è stato eletto come Segretario Generale, per essere stato assassinato da Israele poco dopo. Il nostro terzo presidente, Ahmad Sa’adat, è stato eletto. Ora si trova detenuto in una prigione israeliana. Anche se i tempi sono difficili, come FPLP continuiamo la nostra lotta senza titubanze. La nostra priorità assoluta è l’unità dei palestinesi. Come FPLP stiamo lavorando di gran lena per ottenere quell’unità. Posso dire che il FPLP si trova in buona salute. E abbiamo svolto un ruolo importante nell’ultima guerra di Gaza.

Che dice della collaborazione di Hamas con la Turchia?

Hamas ha accettato la tregua con Israele. Come FPLP non lo accettiamo, lo riteniamo un atteggiamento sbagliato. In quanto al rapporto che Hamas ha stabilito con la Turchia, lo vediamo come un conflitto all’interno dell’islamismo politico. Hamas non rappresenta tutta la Palestina.

Ha qualche messaggio per le donne rivoluzionarie in Turchia?

Portate avanti la vostra lotta, unitevi, agite unite. Non credete alle bugie. Non è la “Iniziativa del Grande Medio Oriente” statunitense che darà forma al Medio Oriente, ma solo noi. Tutti noi popoli del Medio Oriente lo ricostruiremo insieme…

Il Fronte Al-Nusra: la Jihad per la presa del potere in Siria! (Parte II)


Continua da: Il fronte Al-Nusra: la Jihad per la presa del potere in Siria! (Parte I)

Fonte: almanar

Traduzione di Maristella Aiello

Il capo del fronte  al-Nusra

nosra1Il capo del gruppo è Abou Mohammad al-Julani. Una fonte jihadista ci ha confermato che il suo nome ci indica la provenienza familiare alla zona della pianura del Golan, che non è sotto occupazione israeliana. Ci riferisce inoltre che durante le riunioni del fronte Al- Nusra, egli è solito coprirsi il volto.  Al-julani ha mantenuto stretti rapporti con Abou Moussab al-Zarqaoui,  anziano capo di Al- Qaeda in Iraq. I membri del gruppo non sanno molto sul loro leader.

Questa tattica di isolamento è la stessa adottata da Al-Qaeda in Iraq, dove i suoi dirigenti restano lontani dai media, e prendono delle strette misure di sicurezza per i  loro spostamenti. Visto che l’identità di Al-Julani resta non confermata, una inchiesta svolta sulla vecchia rete di Al- Zarqaoui ha permesso di ridurre i possibili candidati a una sola persona, procedendo per eliminazione: quest’uomo misterioso è stato ucciso in due riprese, in Iraq nel 2006 e in Siria nel 2008! Non si può accertare se la sua nazionalità sia irachena o siriana.

Abbiamo consultato due esperti, una giornalista e un funzionario in pensione dei servizi di intelligence in Iraq, i quali hanno condiviso la nostra tesi circa l’identita di Al- Julani. Entrambi hanno espresso perplessità sulle sorti di quest’uomo, e si sono detti non convinti dalle notizie della sua morte.

Lo Jabhat al-Nusra o il fronte Al- Nusra è molto selettivo sulla scelta dei nuovi membri, pretendendo una “tezkiyya”, ossia una garanzia personale di due comandanti sul fronte circa le competenze dei nuovi arruolati, il loro impegno religioso e la loro attitudine necessaria a far parte del gruppo.

Nel mentre, i candidati al reclutamento sono esaminati per la loro bravura, la devozione e la fedeltà all’ideologia del gruppo. Questo è il motivo per cui il fronte al- Nusra ha conosciuto un tale successo. Altri gruppi ribelli come l’Esercito libero siriano fanno una politica di arruolamento di massa, che da un lato li fa forti, dall’altro li lascia in realtà disorganizzati e disuniti. C’è una massiccia presenza di combattenti arabi nei ranghi delle truppe, venuti da diversi paesi. All’inizio del conflitto, gli africani del nord rappresentavano una gran parte dei combattenti stranieri in Siria, ma negli ultimi mesi, un gran numero di combattenti son arrivati dai paesi del Golfo per raggiungere il fronte al- Nusra.

Un certo numero di sezioni (seraya) del fronte al-Nosra sono formate in base alle nazionalità dei combattenti. Ecco perché Seraya al-Tuaanisa è formata da combattenti arrivati dalla Tunisia. Un plotone mono-etnico esiste anche per i ceceni. In effetti, le unità a nazionalità unica sono spesso create per costruire un gruppo jihadista di base che farebbe poi ritorno al suo paese. Sebbene il riferimento all’unità sulla base di un’unica nazionalità  sia contrario al concetto islamico di Ummah, esso è utilizzato per esportare l’ideologia jihadista, come anche per servire raggiungere la maggior parte degli obiettivi del jihadismo.

Un gran numero di jihadisti iracheni che hanno rapporti con Al- Qaeda si trova nella regione di Deir Ezzor, tra cui alcuni comandanti. Gli iracheni e i giordani costituiscono il corpo principale degli stranieri che combattono con Al-Nusra. I privilegi speciali accordati spesso agli iracheni riflettono la relazione speciale tra i jihadisti siriani e iracheni, risalente alla guerra in Iraq. Tutti questi combattenti stranieri sono chiamati al-Muhajiroun, “gli  emigranti”, in riferimento alle prime società musulmane che sono state insediate dai compagni del Profeta, quando emigrarono dalla Mecca.

Privacy e sicurezza

nosra2Jabhat al-Nusra adotta una politica di sicurezza basata in gran parte sul silenzio. Qualsiasi violazione della sicurezza del gruppo è punibile con la morte, se accompagnata da una giustificazione religiosa plausibile – il tradimento del gruppo è presentato come un tradimento nei confronti dell’Islam e dei musulmani.

Questa politica del silenzio si rileva anche dal loro rifiuto al confronto aperto riguardo qual si voglia argomento, e soprattutto dal rifiuto di lasciarsi intervistare circa il loro obiettivo. Quando gli attacchi del fronte Al- Nusra vengono attribuiti ad altri gruppi, come per esempio all’ESL, loro non fanno nulla per confutarlo, perché non vogliono prendere parte a discussioni inutili.

La maggioranza dei combattenti  non conosce nulla della dirigenza, né della struttura dell’organizzazione. Essi non conoscono altro che i metodi di combattimento da adottare. I ribelli combattenti possono scegliere un nome di battaglia per mantenere l’anonimato, e a chi aveva dei nomi di battaglia in Iraq  viene consigliato di sceglierne degli altri per non essere individuato.

Il fronte Al-Nusra non utilizza tecnologie per trasmettere i propri messaggi, preferendo lunghe catene di messaggerie e il contatto fisico per evitare errori elettronici nella sicurezza. La maggior parte della comunicazione del gruppo avviene al di fuori della Siria, e il processo di comunicazione è molto discreto e sofisticato.

Questa organizzazione sembra essere il solo gruppo ribelle in Siria che ha dei membri in seno a diverse istituzioni governative, compreso l’apparato di sicurezza del governo e le unità militari. In particolare a Damasco, i sistemi di spionaggio sono sofisticati. Molti membri del gruppo a Damasco sono dei cittadini ordinari – professori, meccanici, commercianti e professionisti. Le informazioni raccolte da queste persone sono messe al servizio della guerriglia urbana. E’ a Damasco la sfida principale per la sicurezza del fronte Al-Nusra, e questo per la natura del conflitto in questa regione, basata sulle tattiche terroristiche, a differenza di vere e proprie guerre convenzionali che interessano altre città, come ad esempio Aleppo.

Le operazioni militari

Le operazioni nelle quali è impegnato il fronte Al-Nusra sono del tipo:  autobombe, attentati suicidi, attentati contro i posti di blocco; incendi dolosi di magazzini di liquori, come a Ras el-Ain, l’esecuzione dei professionisti dei media, e l’omicidio, tra gli altri del ministro dell’Interno e del comitato di lavoro sulla crisi.

Il fronte Al-Nusra coopera spesso, in alcune battaglie strategiche,  con altri jihadisti e con i gruppi islamisti come Soukour al-Sham (i falchi Sham), e  anche con l’esercito siriano libero (ESL). Essi si concentrano anche sul controllo delle città  in prossimità di grandi assi stradali, come Ma’aret el-Numan, per controllare il movimento all’interno del paese, e di altre posizioni importanti. Il gruppo controlla la strada tra aleppo e hasakah e ha insediato dei posti di blocco, perché quella è una via importante verso l’Iraq.

Il gruppo prende come obiettivi i media e assassina alcune figure popolari come il presentatore della televisione di stato Mohammed Said, e filma la sua decapitazione. Anche se gli assassini sono considerati come attività jihadista convenzionale, il fatto di prendere di mira i media resta imprevisto.

Media e propaganda

Jabhat al-Nusra ha la sua propria rete mediatica, al-Manara al-Bayda (il minareto bianco), di cui si serve per pubblicare i suoi video di propaganda in stile video- documentario, con gli attacchi alle vetture,e le interviste con i kamikaze potenziali. Attraverso Al-Manara al-Bayda, il messaggio del fronte Al-Nusra è trasmesso al mondo esterno tramite il forum jihadista, Shumukh al-Islam. Il suo nome è un’ allusione al minareto bianco di Al-Sham, menzionato nello Hadith, al fianco del quale il Messia discenderà alla fine del mondo, secondo la dottrina del gruppo. Anche se c’è una squadra di giornalisti in seno al gruppo, le reclute di questa squadra si battono anche sulla linea del fronte.

Relazioni con altri attori chiave all’interno della Siria

Le relazioni tra il fronte Al-nusra e l’ESL (esercito libero siriano) sono miste. Alcune brigate dell’ESL minacciano di passare nelle fila di Al-Nusra se non dovessero ricevere armi a sufficienza dall’estero. Mentre altri sostengono che il detto fronte in realtà tenta di strumentalizzare la rivoluzione per propri fini personali e che  non lavora invece per il bene del paese.

Queste due organizzazioni sono diffidenti l’una dell’altra,  perché  sono già in competizione per la popolarità tra la popolazione siriana. Entrambe infatti riconoscono che sarà difficile lavorare insieme, dopo la caduta del regime, perché i due gruppi sono nemici di vecchia data.

Secondo una fonte jihadista straniera, il fronte Al-Nusra non ha alcun problema con la base dei combattenti dell’ESL, ma è in disaccordo con la sua direzione, in particolare a livello di relazioni con gli altri attori regionali e internazionali e per la loro predisposizione alla democrazia. Malgrado le differenze fondamentali sulla loro visione di un governo siriano post- Assad, il fronte Al-Nusra ha spesso lavorato con l’ESL sul campo, e anche i loro obiettivi convergono.

Le influenze esterne

nosra3Jabhat al-Nusra rifiuta di impegnarsi con i governi stranieri nelle conferenze di pace fuori dalla Siria, poiché crede che la partecipazione internazionale non avrà altro effetto che la deviazione della rivoluzione. Dopo la creazione della coalizione nazionale, il Qatar ha cominciato a considerarsi come il protettore della coalizione internazionale che sostiene i jihadisti. E’ così che il fronte Al-Nusra ha perso un difensore tacito.

Tuttavia, i jihadisti credono che la nuova coalizione sia composta da marionette controllate dall’Occidente per i suoi propri fini, e che ciò lo dimostra l’opposizione internazionale al fronte Al-Nusra. I tentativi americani di delegittimare questo gruppo laddove esso non ha  preso di mira obiettivi americani o occidentali, appare come volontà di frenare il sostegno della Turchia e dei paesi del Golfo ai gruppi ribelli più imprevedibili, per spingere sul sostegno alla coalizione nazionale.

Fonte:Quilliam Foundation

Il Fronte Al-Nusra: la Jihad per la presa del potere in Siria! (Parte I)


Fonte: almanar

Traduzione di Andrea Selindro

Il potente gruppuscolo della linea dura islamista, il fronte al-Nusra, legato ad al-Qaeda, sta cercando di creare un nuovo movimento islamista in Siria con l’obiettivo di instaurare un califfato.

Questo è quanto ha rivelato uno studio strategico pubblicato per Quilliam Foundation l’8 gennaio scorso. Considerato come il gruppo estremista più attivo che combatte il regime di Bashar al-Assad, con 5000 elementi, il fronte al-Nusra ha una strategia a breve termine essenzialmente militare, anche se sono in corso preparativi a lungo termine per mettere su un gruppo di sostegno umanitario e dotarsi di armi pesanti.

Esiste un certo numero di similitudini all’interno del fronte di al-Nusra e di al-Qaeda in Iraq,  ciò costituisce una prova della storia comune delle due organizzazioni sin dall’inizio degli Anni 2000, sottolinea questo studio effettuato da Noman Benotman e Roisin Blake.

“Durante i 22 mesi che hanno seguito lo scoppio della crisi siriana, il conflitto si è trasformato in una guerra, innescata con svariati obiettivi definiti dalla politica straniera dei differenti paesi che si battono sul campo. Un certo numero di gruppi ribelli sono emersi, e da allora, sono in corso preparativi per una Siria post Assad. Per dominare la quale tali gruppi si metteranno in competizione, approfittando dell’appoggio internazionale”, spiegano gli autori del suddetto studio, che dicono tra l’altro: “Il fronte di al-Nusra figura tra i rari gruppi ribelli che combattono per motivi ideologici e jihadisti. La maggior parte dei gruppi ribelli si concentra principalmente sul proposito di un cambiamento politico in seno al governo. Sebbene tutti i gruppi abbiano il medesimo obiettivo nella lotta contro il regime, sembra che forti divergenze stiano emergendo tra loro a livello di intenti e queste divergenze saranno evidenti dopo la prevista caduta di Assad.

La maggior parte dei ribelli pro-democrazia è a favore di un intervento internazionale per facilitare la creazione di uno Stato democratico in Siria. Tuttavia, l’assenza di un intervento internazionale ha creato un sentimento d’abbandono presso gli abitanti del paese, che sono sempre più coscienti del fallimento del piano della coalizione internazionale. Una simile situazione ha condotto ad un appoggio pubblico più sostanzioso ai gruppi jihadisti, come quello del fronte di al-Nusra, ritenuto una forza efficace.

“Il fronte di al-Nusra rifiuta l’idea di richiedere un intervento della comunità internazionale nella sua lotta contro Assad, poiché in tal modo equivarrebbe accettare ed incoraggiare l’imperialismo occidentale. Costoro sostengono anche che l’intervento internazionale sovvertirebbe il loro piano a lungo termine, quello dell’instaurazione di uno Stato islamista in Siria”, sottolineano ancora in questo studio.

Gran parte dei dirigenti del fronte di Al-Nusra faceva parte della rete jihadista di Abou Mossab elZarqaoui, responsabile di al-Qaeda in Iraq all’inizio dell’anno 2000. Una volta arrivato a Bagdad nel 2002, elZarqaoui ha prelevato degli elementi fondamentali dal suo gruppo in Siria e dal Libano per costruire delle branche militari jihadiste all’interno di questi due paesi.

Nel 2007, la Siria commissionò l’omicidio di Sheikh Abu al-Qaqaa, un dirigente islamista, per il suo ruolo all’interno della spedizione dei suicidi in Iraq. Prima ancora che il fronte di al-Nusra venisse alla luce, vi erano i dirigenti radicali del gruppo di elZarqoui, come Abou Mohammad al Julani. Questo gruppo rigetta il principio delle frontiere all’interno dei paesi islamici e crede alla necessità di stabilire un califfato che governi tutti questi paesi.

Il fronte al-Nusra ha avviato la sua azione con un certo numero di incontri tenutisi tra ottobre 2011 e gennaio 2012 durante la campagna di Damasco e di Homs. All’inizio di queste riunioni, i cinque obiettivi principali del gruppo sono stati così delineati:

1. La creazione di un gruppo che includa numerosi gruppi jihadisti attivi, uniti in una sola entità coerente.

2. Il rafforzamento ed il consolidamento del principio della natura islamista del conflitto.

3. Il rafforzamento delle capacità militari del gruppo, che includano opportunità per ottenere armi e addestrare le reclute.

4. La creazione di uno Stato islamico in Siria.

5. L’instaurazione di un califfato nell’Oriente.

Al-Nusra opera attualmente per la realizzazione di antiche profezie islamiche basate sulle rivelazioni del profeta, secondo le quali la Siria o l’Oriente sarà il centro della rinascita dell’Islam e che il campo dei mussulmani sarà presente a Damasco il giorno del Giudizio Universale. Questo gruppo islamista ha colto l’opportunità di una guerra in corso in Siria per tentare di realizzare tali profezie.

Mentre il caos regna nei ranghi dell’esercito libero siriano, costituito da molteplici gruppi militari di differenti credo politici e religiosi, il fronte di al-Nusra di contro è composto  da persone con esperienza, competenza e gli apprendisti hanno tutti un piano chiaro.

La strategia di questo gruppo è basata su quattro fattori essenziali:

1- l’interpretazione delle profezie religiose.

2- le lezioni apprese dalla propria esperienza in Iraq.

3- le idee attinte dalla primavera araba.

4- i rapporti complicati con la comunità internazionale.

Per al-Nusra, la rivoluzione siriana è un faccenda islamica, che affonda le radici nei testi religiosi e coranici che insistono sulla nozione di jihad, e sulla virtù dei popoli dell’Oriente (bilad es Sham). I combattenti cercano così di divenire il popolo onorabile menzionato nelle rivelazioni attraverso l’instaurazione di un califfato secondo la volontà divina. Ma come gli altri gruppi islamici, non sembra che il fronte al-Nusra abbia una visione differente riguardo la struttura dello Stato. Per esso, è sufficiente mantenere la stessa struttura attuale ma dotandola di un aspetto islamico.

Riprendendo le lezioni attinte dalla guerra in Iraq, al-Nusra ha inserito qualche accorgimento nel suo discorso pubblico alfine di preservare la sua popolarità. Tuttavia, la dottrina rimane la stessa. La strategia attuale annunciata dal gruppo consiste in:

1- Attaccare essenzialmente bersagli militari, minimizzare le perdite nei ranghi dei civili, e risparmiare i luoghi sacri per non recare danno alla sua immagine.

2- Non ricorrere all’utilizzazione di rapporti con sette quali Kouffari (o apostati) nello specifico  alauiti, sciiti, e suffi..

3- Non agire sotto il nome di al-Qaeda per evitare i pregiudizi esistenti contro questo gruppo.

Sembra che l’obiettivo del gruppo sia di presentare le proprie idee tappa per tappa nella speranza di mantenere il sostegno popolare, poiché essi credono altrimenti in una sollevazione all’irakena delle tribù sunnite.

Il fronte al-Nusra si augura un contraccolpo contro di loro in Siria, diretto dall’Arabia Saudita e da una eminente autorità religiosa siriana wahabita. Contraccolpo

La primavera araba ha colpito la strategia di al-Nusra. Per il gruppo, non è stato effettuato alcun cambiamento in positivo nei nuovi governi in Tunisia, in Egitto, in Libia e nello Yemen.

I loro dirigenti sono particolarmente delusi dai jihadisti libici che sono stati contrari ai loro tentativi di instaurare uno stato islamista nel paese, imputando la responsabilità di questa decisione all’ingerenza dell’Occidente. Per questa ragione, al-Nusra ritiene che la sola via verso la vittoria e la caduta militare del regime, perseguita attraverso la costruzione di un governo islamista basato sulla sharia, sia quella di lottare da solo fino alla fine. Essi non vogliono negoziare con altri attori politici per non perdere il controllo della situazione.

Jabhatal-Nusra (o il fronte Al-Nusra) non desidera bandire la comunità internazionale, poiché quest’ultima non farà altro che aiutare Assad. Allo stesso tempo egli non potrà accettare l’ingerenza internazionale, poiché essa impedirà l’instaurazione di uno Stato islamista. Vi è una questione molto complicata: da una parte, la sua ideologia non permette la collaborazione con gli occidentali, e dall’altra, ritiene che sarà controproducente frammentare l’opposizione nel momento in cui gli interessi dei differenti componenti convergono.

In sostanza, il fronte al-Nusra adotta una strategia di guerriglia urbana-rurale, che prende il controllo delle periferie delle principali città per lanciare degli attacchi contro dei bersagli governativi ma anche contro dei bersagli civili. Questi attacchi urbani sono basati sul terrorismo politico, hanno come obiettivo seminare caos e instabilità e annientare la legittimità del regime di Assad attraverso la paura.

Il fronte è impegnato in due aspetti di attività non militare:

– Una missione religiosa che consiste nel predicare la propria visione dell’islam (al-Da’wa)

– Un’azione umanitaria che consiste nella distribuzione del pane, del gas e delle coperte.

Nell’attesa della caduta del regime siriano, questo movimento ha già adottato una strategia su due fronti:

– Raggruppare tutte le forze jihadiste sotto uno stesso comandamento per creare una nuova equazione: “i jihadisti contro il resto della gente”.

– Accettare un eventuale afflusso di nuovi combattenti dell’Iraq; costoro porteranno infine un aumento della violenza.

All’interno dell’organizzazione

La struttura militare

Jabhat Al-Nusra (JN) conta all’incirca 5000 elementi ufficiali, con molteplici migliaia di potenziali membri e jihadisti indipendenti che lottano con loro. La struttura del gruppo varia in funzione dell’area geografica in cui sono operativi i combattenti dei combattenti in seno alla Siria.

A Damasco, dove è stata adottata la tattica della guerriglia urbana, l’organizzazione è divisa in cellule, poiché in questo modo si riducono le probabilità di localizzazione. Ad Aleppo, tuttavia, il gruppo può essere organizzato secondo delle linee militari semi-classiche, con delle brigate, dei reggimenti e dei plotoni che combattono insieme contro le forze del regime.

Il gruppo ha cominciato la sua azione sotto forma di una serie di cellule, dal momento che il governo è ancora forte, utilizzando un basso livello della tattica della guerriglia urbana, come gli assassinii e le macchine esplosive, e questo, per ragioni di sicurezza. Però, da allora il gruppo si dispone in plotoni molto più importanti all’interno di determinate regioni, modificandone la struttura per adattarsi alla natura mutevole della guerra.

Oggigiorno, al-Nusra possiede armi pesanti ed esegue le sue attività da delle “sale operatorie” all’interno delle zone ribelli. Queste sale operatorie sono situate generalmente in vecchie installazioni civili, per esempio una sala di matrimoni in un quartiere di Aleppo utilizzata per diversi mesi come centro di pianificazione degli attacchi. Tali camere sono molto utili per la pianificazione delle operazioni regionali, permettendo agli elementi di al-Nusra di essere più efficaci. Le altre branche del gruppo comprendono l’artiglieria pesante e le brigate di difesa aeree. E’ raro avere tali armi pesanti per un gruppo jihadista, ed è questa la prova che potrebbe esserci come obiettivo a lungo termine del fronte al-Nusra di formare un esercito permanente.

Le operazioni del fronte si dividono in due categorie: Amniya (“assicurative”) e Askariya (“militari”). Le operazioni di messa in sicurezza hanno luogo principalmente a Damasco dato che quelle militari sono eseguite in altre zone del paese. A seguito delle dichiarazioni ufficiali del gruppo si nota una importante evoluzione per quanto riguarda gli obiettivi e le tattiche di questi due tipi d’operazione. La principale differenza tra le due tipologie di operazioni concerne le unità che le eseguono. Ciò sembra dimostrare che noi stiamo assistendo alla costruzione di strutture di sicurezza attraverso il paese, e al fatto che il gruppo si adatta alla evoluzione del conflitto e che si prepara per il dopo Assad, prendendo dei provvedimenti atti a separare i servizi di sicurezza delle strutture dall’esercito.

Struttura religiosa

Jabhar al-Nusra è formata da una gerarchia di organismi religiosi. Alla sua testa ha un piccolo consiglio consultivo (Majlis al-Shura) che prende le decisioni a suo nome. Tuttavia, questo gruppo rispetto ad altri gruppi ribelli soffre di una carenza di autorità religiose che dirigano la preghiera e diffondano il loro messaggio religioso. Per questa ragione, gli imam di altri paesi sono chiamati dall’esterno a raggiungere la Siria per assumersi tale responsabilità.

Il consiglio consultivo comprende il grande mufti (al-qadi al-A’am), Abou Moussab al-Qahtani, che dovrebbe essere di nazionalità saudita. Tuttavia, certe fonti dicono che il mufti del fronte Al-Nusra è un cittadino irakeno di Mossul, chiamato Maysar Ali Moussa. Ad ogni modo il grande mufti non è che il capo religioso della Siria orientale. Il personale religioso gioca ugualmente un ruolo importante nella leadership regionale, avendo ciascuna regione un comandante ed uno sceicco. Lo sceicco ha poteri di supervisione sul comandante da un punto di vista religioso ed è conosciuto per essere il commissario religioso (al-dabet shar’i). Il commissario religioso di Aleppo, lo sceicco Ammar, (nome di guerra di Abou Mohammed al-Halabi) è stato un uomo molto influente nella città. Egli dirigeva la preghiera del venerdì e predicava il messaggio jihadista prima che venisse ucciso ad Aleppo nel dicembre 2012.

Al-Nusra ha anche istituito dei tribunali religiosi attraverso i quali regola le controversie all’interno dei membri del gruppo e pronuncia le sentenze contro i prigionieri. Questi tribunali hanno un ruolo importante per il mantenimento dell’ordine pubblico.

Abbiamo ricevuto i rapporti di un giudice che ha condannato un comandante a parecchie frustate per aver falsamente accusato un combattente di legami con le Shabiha (le forze pro-Assad). Il comandante è stato punito alla presenza di un numero di combattenti per prevenire incidenti simili. I tribunali che applicano la sharia del fronte al-Nusra sono aperti anche ai civili siriani e persone non facenti parte del gruppo che si recano a chiedere consiglio al tribunale per delle questioni personali. L’esercito libero siriano (ASL) ha recentemente adottato una struttura giuridica simile, designandola elemento per spiegare i vantaggi dell’instaurazione di un tale tribunale come un mezzo per rispettare la legge e l’ordine….

(continua su  Il fronte Al-Nusra: la Jihad per la presa del potere in Siria! (Parte II))

Caccia israeliani bombardano in Siria


Caccia israeliani bombardano in Siria

Israele è il primo paese a intervenire direttamente nella guerra civile in corso in Siria da ormai due anni. Potrebbe essere un momento di svolta. Tragico.

Il governo di Damasco ha confermato la grave notizia riferita da alcune fonti diplomatiche occidentali all’agenzia di stampa britannica Reuters nella giornata di ieri che parlavano di un attacco compiuto la scorsa notte dai caccia di Israele sul confine tra Libano e Siria. Ma l’obiettivo del bombardamento sarebbe stato, secondo Tel Aviv, non un convoglio di armi diretto in apparenza al movimento di resistenza libanese Hezbollah (come detto in un primo tempo) bensì un centro ricerca militare situato ad una quindicina di km da Damasco.
Secondo alcuni rappresentanti dei servizi di sicurezza di Beirut si sarebbe trattato di un raid in grande stile, con almeno 12 caccia con la Stella di David entrati nello spazio aereo libanese – e poi siriano – in tre ondate successive.
Maggiori informazioni sono state diffuse nelle ultime ore dalle autorità di Damasco, secondo le quali due persone sono mort e altre cinque sono rimaste ferrite durante il bombardamento del centro ricerche di Jamraya, alla periferia della capitale siriana. “I caccia israeliani hanno violato il nostro spazio aereo ed hanno condotto un bombardamento diretto sul centro ricerche”, spiega una nota diffusa ieri sera dall’esercito siriano. “L’attacco è stato condotto dopo tutta una serie di tentativi da parte dei terroristi di conquistare il sito nei mesi passati. Questo assalto, prosegue la nota, allunga la lista degli atti di aggressione ed i crimini di Israele ai danni degli arabi e dei musulmani”. Secondo la spiegazione dell’esercito siriano, l’intero edificio è stato distrutto ed i danni materiali causati dal bombardamento sono ingenti. Ieri il capo dell’aviazione israeliana, il generale Amir Eshel, aveva nuovamente lanciato un evidentemente strumentale allarme sulla presunta minaccia rappresentata dall’arsenale siriano mentre il regime di Bashar Assad starebbe precipitando nel caos. «Non possiamo permetterci di aspettare che scoppi una guerra» aveva affermato Eshel, lasciando intendere che Israele non attenderà che Hezbollah entri in possesso di armi più sofisticate, non necessariamente chimiche

Finora numerose potenze occidentali e regionali hanno largamente partecipato alla guerra in corso in Siria, ma mai intervenendo direttamente. Turchia, Qatar, Arabia Saudita sostengono i ribelli con armi, finanziamenti, sostegno diplomatico e logistico, addestramento dei miliziani ed anche incursioni di commandos, così come Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti. Ma mai finora uno di questi paesi aveva sferrato un attacco diretto contro Damasco.

Dura la reazione del movimento libanese Hezbollah, che ha espresso “piena solidarietà alle autorità della Siria, al suo Esercito e al suo popolo”. In un comunicato il movimento di resistenza afferma che gli attacchi hanno “completamente smascherato” le origini del conflitto in atto e che “cosa e’ successo in Siria negli ultimi due anni”, cioe’ dall’inizio della crisi nel marzo 2011, come pure “gli obietivi criminosi di distruggere quel Paese e di indebolirne le Forze Armate”.

Una esplicita condanna per l’attacco israeliano viene anche dal governo di Beirut. ”L’attacco israeliano – ha detto il ministro degli Esteri di Beirut, Adnan Mansour – é un’aperta aggressione che denunciamo fermamente. Un’aggressione che conferma la vera politica che Israele persegue dal 1948 e rappresenta una minaccia alla pace mondiale e alla sicurezza degli arabi”.

Presa di posizione di circostanza, invece, da parte di una Lega Araba egemonizzata dai paesi che sostengono a spada tratta la destabilizzazione violenta del regime di Damasco. L’organizzazione ha comunque denunciato la ”palese aggressione ed evidente violazione” della sovranità della Siria. ”Il silenzio della comunità internazionale riguardo il bombardamento in passato da parte di Israele di siti siriani ha incoraggiato il Paese a compiere una nuova aggressione, sfruttando il peggioramento della situazione politica e della sicurezza in Siria” afferma la Lega Araba in una nota.

Siria, una realtà diversa. Intervista con Anastasia Popova.


 

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Fonte: pressenza

Traduzione di Tommaso Cavagna

L’agenzia di stampa internazionale “Pressenza” ha recentemente rilanciato un articolo, scritto da Silvia Cattori, che raccontava il documentario fatto da Anastasia Popova e trasmesso dal canale Russia 24. Questa pubblicazione ha attratto elogi e critiche per il punto di vista che prende sugli accadimenti in Siria. Punto di vista molto differente da quello dei media europei.

Per questo motivo abbiamo deciso di approfondire l’argomento parlandone con l’autrice dell’inchiesta, una giovane giornalista che ha seguito la ‘primavera araba’ in vari paesi e che ha passato del tempo in Siria, in contatto con molte persone coinvolte nel conflitto e che ci offre uno sguardo diverso sull’inizio della guerra in Siria.

Anastasia, prima di tutto grazie per la tua disponibilità. Per quanto tempo sei stata in Siria con la tua troupe?

Siamo stati lì un totale di 7 mesi, da agosto  2011, quando ancora non c’era la guerra, fino ad adesso   che la guerra è ormai pienamente innescata. Possiamo quindi dire che gli eventi si sono sviluppati proprio davanti ai nostri occhi. Siamo stati in Siria per circa un mese alla volta, da Deraa a Idieb e Aleppo e da Latakia lungo il confine turco a al Aqmishil e poi giù a Deir Ez Zour.

Qual è la tua impressione generale sul conflitto?

Dal momento in cui arrivammo in agosto fino a tutto dicembre quello che ci stupì maggiormente fu la differenza tra quanto veniva raccontato sulla Siria dall’estero e quanto stava effettivamente succedendo dentro il paese. Alcune volte si arrivava all’assurdo: ricevevamo chiamate dal quartier generale del nostro canale  che ci domandava  della piazza tal-dei-tali dove una dimostrazione antigovernativa veniva colpita con carrarmati e artiglieria. Noi andavamo in quella piazza ed era tutto normale, qualche pedone e un vigile a dirigere il traffico.

Nonostante i nostri sforzi  non siamo mai riusciti a trovare dimostrazioni antigovernative di migliaia di persone così spesso citate dai media occidentali. Abbiamo parlato con l’opposizione, e perfino  loro ci hanno detto che era difficile coinvolgere le persone nelle proteste. L’unico modo era quello di usare le moschee, e già se riuscivano a trovare anche solo 50 persone, che uscissero per un quarto d’ora e si facessero filmare , ciò veniva considerato un successo. La maggioranza della popolazione era semplicemente non interessata.

Poi cominciarono le provocazioni, persone venivano uccise per la semplice appartenenza ad una religione sbagliata; iniziarono gli  attacchi armati contro edifici ed impiegati governativi, stazioni di polizia e tribunali.

Ciò nonostante il governo rispose alle domande pacifiche. Alcune leggi furono cambiate, venne creata una commissione per il dialogo nazionale che includeva quasi tutti i gruppi di opposizione. Dal lavoro di questa commissione venne fuori una nuova costituzione che fu sottoposta a referendum. Quindi  furono indette le elezioni e molti dei gruppi politici siriani d’opposizione ottennero rappresentanza in parlamento. E così la questione delle proteste di massa si calmò.

Ma per molti soggetti interessati alla situazione quello non era il risultato gradito. Cominciarono così a mettere insieme quella che può essere definita “l’opposizione straniera” composta principalmente da gente che viveva in Europa ormai da 40 anni. Ovviamente, data la mancanza di supporto interno in Siria, l’unico modo per l’opposizione di andare al potere non erano le elezioni ma l’intervento armato.
Iniziarono mettendo l’una contro l’altra le varie confessioni religiose e allo stesso tempo mandando in Siria combattenti stranieri. La prova si può trovare nell’ultimo resoconto dell’ONU che conta gruppi di persone di ben 29 nazionalità diverse che combattono l’esercito siriano.

Usano armi straniere che non sono disponibili in Siria, cosa che filmammo, armi che l’esercito siriano non ha in dotazione, inclusi gli M16 da cecchino (armi statunitensi NdT), mitragliatrici europee, vari missili anti-carro e anti-aerei, così come dispositivi avanzati per le comunicazioni satellitari che furono  apertamente rese disponibili da certi stati occidentali.

Queste armi furono  prima battuta mandate in Turchia (le prove ce le fornì un imprenditore egiziano) e poi date al FSA (Free Syrian Army) da ufficiali turchi attraverso il confine. Questo fu visto da un giornalista libanese che cercò di filmare il tutto, ma fu arrestato per 3 giorni in Turchia e gli venne distrutta la telecamera.

A proposito, il confine tra Siria e Turchia è controllato dall’esercito turco secondo un patto firmato dalle due nazioni nel 1998. Non c’è polizia che controlla il confine siriano, ci sono stata e l’ho visto con i miei occhi.

Inoltre i paesi occidentali forniscono all’opposizione, che è composta principalmente da stranieri, ingenti finanziamenti. Per tutto quanto detto è difficile definire quello che sta succedendo in Siria come una guerra civile, anche se ormai sono riusciti nell’intento di dividere la popolazione e ci sono casi di famiglie divise con alcuni membri che stanno con i ‘ribelli’ ed altri con l’esercito Siriano.

Pensi ci possa essere una soluzione pacifica?

Penso sia l’unica strada per fermare la crisi. La maggior parte delle guerre tra paesi ad un certo punto finiscono con la firma di un accordo di pace. La situazione sul terreno al momento vede ancora l’esercito siriano in controllo delle principali città. Dopo più di un anno di combattimenti intensi l’opposizione non è ancora riuscita a costruire roccaforti o  a conquistare  zone di una certa estensione. Continuano a dividersi perché alcuni gruppi perdono il supporto finanziario, altri saccheggiano altri ancora hanno già iniziato a combattere i guerriglieri stranieri. Alcuni si sono uniti ad Al-Qaeda che combatte  anch’essa contro l’esercito siriano e che, ricordiamolo, è ufficialmente considerata un’associazione terroristica. Quindi con chi dovrebbe negoziare il governo siriano? Neanche gli osservatori dell’Onu sono riusciti a trovare un singolo leader di questi gruppi armati e quindi un altro tentativo di mediare un cessate il fuoco è fallito. Nonostante questo,  nel suo ultimo discorso il presidente Assad ha rinnovato la sua disponibilità a negoziare, ma stavolta si è riferito apertamente agli sponsor stranieri che sono dietro le milizie d’opposizione. Sfortunatamente, una soluzione pacifica non sembra far parte della loro agenda –  infatti hanno già rifiutato l’offerta.

Quando hai realizzato questo documentario? É stata una tua iniziativa o ti è stata assegnata dall’agenzia di stampa?

La decisione iniziale di mandarmi in Siria fu presa dai miei superiori, ma naturalmente durante il mio lavoro sul campo ho fatto amicizie, alcune delle quali ho perso in seguito perché hanno perso la vita. Ero andata in Siria per raccontare i fatti, ma col tempo mi sono resa conto che le persone non sono fatti e iniziai a condividere il loro dolore.

Il film fu una mia iniziativa personale. Fu una risposta emotiva agli eventi che stavo seguendo giornalisticamente. Lo feci per onorare i miei amici caduti e il popolo siriano, a cui non importa molto di politica e che vuole solo vivere in pace.

Fortunatamente il mio lavoro mi offre l’opportunità di far arrivare il mio punto di vista ad un gran numero di persone e ho usato questa possibilità anche se l’approvazione del film da parte dell’agenzia di stampa non è stata affatto facile.

Abbiamo ricevuto critiche sul fatto che Russia24 sia un canale che esprime solo le posizioni favorevoli al governo russo: cosa ci puoi dire al riguardo?

É facile attaccare ‘l’ambasciatore’  quando non ti piace il messaggio che porta. Quando la gente vede resoconti preparati in lussuosi hotel libanesi che citano ‘informazioni non confermate’ di attivisti riguardanti supposte atrocità governative, questa gente acclama  “Si! Si! Uccidi il malvagio dittatore!”, ma quando qualcuno effettivamente spende un certo periodo di tempo in Siria, cercando di capire quello che sta succedendo realmente, e torna indietro e dice “attenzione, non è ASSOLUTAMENTE questo che sta SUCCEDENDO”, la gente lo bolla come propaganda governativa. Cosa posso rispondere? Che un biglietto per la Siria è poco costoso e le frontiere sono aperte. Otre 300 corrispondenti stranieri lavorano in Siria e mandano i propri resoconti via internet liberamente e senza censura governativa. Se non vi fidate di me, ‘una giovane reporter di un canale statale russo’, andate a vedere con i vostri occhi quello che succede. Ma non sorprendetevi se finite in una realtà diversa.

Questo un buon esempio da “The Independent”  (giornale inglese NdT):” Sono qui a Damasco da 10 giorni e ogni giorno sono sorpreso dal fatto che la situazione nelle varie zone della Siria che ho visitato è completamente diversa dal quadro presentato al mondo da leader e media stranieri.”

Questo è daThe Guardian” (giornale inglese NdT) :
FSA- “Non ci sono progressi al fronte e questo ha influito sui nostri finanziatori che non ci hanno mandato munizioni … anche la gente è stufa di noi. Eravamo liberatori, ma ora invece ci denunciano e protestano contro di noi.


 Cosa ne pensi dell’atteggiamento del governo russo rispetto alla situazione in Siria?

Credo siano perfettamente coscienti della situazione sul terreno e hanno costantemente insistito per una soluzione pacifica: cessate il fuoco e dialogo con tutte le forze in campo. Che altro possono fare?

Stai per partire per una meritata vacanza. Ritornerai in Siria? Che speranze hai al riguardo?

Non è stata mia la decisione originale di andare in Siria, sono stata mandata come reporter e stavo facendo il mio lavoro. Dipende dai miei superiori decidere dove andrò la prossima volta ma se dovessero decidere di nuovo per la Siria accetterei.