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Siria, una realtà diversa. Intervista con Anastasia Popova.


 

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Fonte: pressenza

Traduzione di Tommaso Cavagna

L’agenzia di stampa internazionale “Pressenza” ha recentemente rilanciato un articolo, scritto da Silvia Cattori, che raccontava il documentario fatto da Anastasia Popova e trasmesso dal canale Russia 24. Questa pubblicazione ha attratto elogi e critiche per il punto di vista che prende sugli accadimenti in Siria. Punto di vista molto differente da quello dei media europei.

Per questo motivo abbiamo deciso di approfondire l’argomento parlandone con l’autrice dell’inchiesta, una giovane giornalista che ha seguito la ‘primavera araba’ in vari paesi e che ha passato del tempo in Siria, in contatto con molte persone coinvolte nel conflitto e che ci offre uno sguardo diverso sull’inizio della guerra in Siria.

Anastasia, prima di tutto grazie per la tua disponibilità. Per quanto tempo sei stata in Siria con la tua troupe?

Siamo stati lì un totale di 7 mesi, da agosto  2011, quando ancora non c’era la guerra, fino ad adesso   che la guerra è ormai pienamente innescata. Possiamo quindi dire che gli eventi si sono sviluppati proprio davanti ai nostri occhi. Siamo stati in Siria per circa un mese alla volta, da Deraa a Idieb e Aleppo e da Latakia lungo il confine turco a al Aqmishil e poi giù a Deir Ez Zour.

Qual è la tua impressione generale sul conflitto?

Dal momento in cui arrivammo in agosto fino a tutto dicembre quello che ci stupì maggiormente fu la differenza tra quanto veniva raccontato sulla Siria dall’estero e quanto stava effettivamente succedendo dentro il paese. Alcune volte si arrivava all’assurdo: ricevevamo chiamate dal quartier generale del nostro canale  che ci domandava  della piazza tal-dei-tali dove una dimostrazione antigovernativa veniva colpita con carrarmati e artiglieria. Noi andavamo in quella piazza ed era tutto normale, qualche pedone e un vigile a dirigere il traffico.

Nonostante i nostri sforzi  non siamo mai riusciti a trovare dimostrazioni antigovernative di migliaia di persone così spesso citate dai media occidentali. Abbiamo parlato con l’opposizione, e perfino  loro ci hanno detto che era difficile coinvolgere le persone nelle proteste. L’unico modo era quello di usare le moschee, e già se riuscivano a trovare anche solo 50 persone, che uscissero per un quarto d’ora e si facessero filmare , ciò veniva considerato un successo. La maggioranza della popolazione era semplicemente non interessata.

Poi cominciarono le provocazioni, persone venivano uccise per la semplice appartenenza ad una religione sbagliata; iniziarono gli  attacchi armati contro edifici ed impiegati governativi, stazioni di polizia e tribunali.

Ciò nonostante il governo rispose alle domande pacifiche. Alcune leggi furono cambiate, venne creata una commissione per il dialogo nazionale che includeva quasi tutti i gruppi di opposizione. Dal lavoro di questa commissione venne fuori una nuova costituzione che fu sottoposta a referendum. Quindi  furono indette le elezioni e molti dei gruppi politici siriani d’opposizione ottennero rappresentanza in parlamento. E così la questione delle proteste di massa si calmò.

Ma per molti soggetti interessati alla situazione quello non era il risultato gradito. Cominciarono così a mettere insieme quella che può essere definita “l’opposizione straniera” composta principalmente da gente che viveva in Europa ormai da 40 anni. Ovviamente, data la mancanza di supporto interno in Siria, l’unico modo per l’opposizione di andare al potere non erano le elezioni ma l’intervento armato.
Iniziarono mettendo l’una contro l’altra le varie confessioni religiose e allo stesso tempo mandando in Siria combattenti stranieri. La prova si può trovare nell’ultimo resoconto dell’ONU che conta gruppi di persone di ben 29 nazionalità diverse che combattono l’esercito siriano.

Usano armi straniere che non sono disponibili in Siria, cosa che filmammo, armi che l’esercito siriano non ha in dotazione, inclusi gli M16 da cecchino (armi statunitensi NdT), mitragliatrici europee, vari missili anti-carro e anti-aerei, così come dispositivi avanzati per le comunicazioni satellitari che furono  apertamente rese disponibili da certi stati occidentali.

Queste armi furono  prima battuta mandate in Turchia (le prove ce le fornì un imprenditore egiziano) e poi date al FSA (Free Syrian Army) da ufficiali turchi attraverso il confine. Questo fu visto da un giornalista libanese che cercò di filmare il tutto, ma fu arrestato per 3 giorni in Turchia e gli venne distrutta la telecamera.

A proposito, il confine tra Siria e Turchia è controllato dall’esercito turco secondo un patto firmato dalle due nazioni nel 1998. Non c’è polizia che controlla il confine siriano, ci sono stata e l’ho visto con i miei occhi.

Inoltre i paesi occidentali forniscono all’opposizione, che è composta principalmente da stranieri, ingenti finanziamenti. Per tutto quanto detto è difficile definire quello che sta succedendo in Siria come una guerra civile, anche se ormai sono riusciti nell’intento di dividere la popolazione e ci sono casi di famiglie divise con alcuni membri che stanno con i ‘ribelli’ ed altri con l’esercito Siriano.

Pensi ci possa essere una soluzione pacifica?

Penso sia l’unica strada per fermare la crisi. La maggior parte delle guerre tra paesi ad un certo punto finiscono con la firma di un accordo di pace. La situazione sul terreno al momento vede ancora l’esercito siriano in controllo delle principali città. Dopo più di un anno di combattimenti intensi l’opposizione non è ancora riuscita a costruire roccaforti o  a conquistare  zone di una certa estensione. Continuano a dividersi perché alcuni gruppi perdono il supporto finanziario, altri saccheggiano altri ancora hanno già iniziato a combattere i guerriglieri stranieri. Alcuni si sono uniti ad Al-Qaeda che combatte  anch’essa contro l’esercito siriano e che, ricordiamolo, è ufficialmente considerata un’associazione terroristica. Quindi con chi dovrebbe negoziare il governo siriano? Neanche gli osservatori dell’Onu sono riusciti a trovare un singolo leader di questi gruppi armati e quindi un altro tentativo di mediare un cessate il fuoco è fallito. Nonostante questo,  nel suo ultimo discorso il presidente Assad ha rinnovato la sua disponibilità a negoziare, ma stavolta si è riferito apertamente agli sponsor stranieri che sono dietro le milizie d’opposizione. Sfortunatamente, una soluzione pacifica non sembra far parte della loro agenda –  infatti hanno già rifiutato l’offerta.

Quando hai realizzato questo documentario? É stata una tua iniziativa o ti è stata assegnata dall’agenzia di stampa?

La decisione iniziale di mandarmi in Siria fu presa dai miei superiori, ma naturalmente durante il mio lavoro sul campo ho fatto amicizie, alcune delle quali ho perso in seguito perché hanno perso la vita. Ero andata in Siria per raccontare i fatti, ma col tempo mi sono resa conto che le persone non sono fatti e iniziai a condividere il loro dolore.

Il film fu una mia iniziativa personale. Fu una risposta emotiva agli eventi che stavo seguendo giornalisticamente. Lo feci per onorare i miei amici caduti e il popolo siriano, a cui non importa molto di politica e che vuole solo vivere in pace.

Fortunatamente il mio lavoro mi offre l’opportunità di far arrivare il mio punto di vista ad un gran numero di persone e ho usato questa possibilità anche se l’approvazione del film da parte dell’agenzia di stampa non è stata affatto facile.

Abbiamo ricevuto critiche sul fatto che Russia24 sia un canale che esprime solo le posizioni favorevoli al governo russo: cosa ci puoi dire al riguardo?

É facile attaccare ‘l’ambasciatore’  quando non ti piace il messaggio che porta. Quando la gente vede resoconti preparati in lussuosi hotel libanesi che citano ‘informazioni non confermate’ di attivisti riguardanti supposte atrocità governative, questa gente acclama  “Si! Si! Uccidi il malvagio dittatore!”, ma quando qualcuno effettivamente spende un certo periodo di tempo in Siria, cercando di capire quello che sta succedendo realmente, e torna indietro e dice “attenzione, non è ASSOLUTAMENTE questo che sta SUCCEDENDO”, la gente lo bolla come propaganda governativa. Cosa posso rispondere? Che un biglietto per la Siria è poco costoso e le frontiere sono aperte. Otre 300 corrispondenti stranieri lavorano in Siria e mandano i propri resoconti via internet liberamente e senza censura governativa. Se non vi fidate di me, ‘una giovane reporter di un canale statale russo’, andate a vedere con i vostri occhi quello che succede. Ma non sorprendetevi se finite in una realtà diversa.

Questo un buon esempio da “The Independent”  (giornale inglese NdT):” Sono qui a Damasco da 10 giorni e ogni giorno sono sorpreso dal fatto che la situazione nelle varie zone della Siria che ho visitato è completamente diversa dal quadro presentato al mondo da leader e media stranieri.”

Questo è daThe Guardian” (giornale inglese NdT) :
FSA- “Non ci sono progressi al fronte e questo ha influito sui nostri finanziatori che non ci hanno mandato munizioni … anche la gente è stufa di noi. Eravamo liberatori, ma ora invece ci denunciano e protestano contro di noi.


 Cosa ne pensi dell’atteggiamento del governo russo rispetto alla situazione in Siria?

Credo siano perfettamente coscienti della situazione sul terreno e hanno costantemente insistito per una soluzione pacifica: cessate il fuoco e dialogo con tutte le forze in campo. Che altro possono fare?

Stai per partire per una meritata vacanza. Ritornerai in Siria? Che speranze hai al riguardo?

Non è stata mia la decisione originale di andare in Siria, sono stata mandata come reporter e stavo facendo il mio lavoro. Dipende dai miei superiori decidere dove andrò la prossima volta ma se dovessero decidere di nuovo per la Siria accetterei.

La Russia all’ Occidente: Non si può prescindere da Bashar


Fonte: Infosyrie

Tradotto da Andrea Selindro

Non è di certo la prima presa di posizione del genere per Serguei Lavrov. Ma questa volta suona proprio come un ultimo avvertimento : niente si deciderà in Siria senza Bachar Al-Assad…

Non è di certo la prima presa di posizione del genere per Serguei Lavrov. Ma questa volta suona proprio come un ultimo avvertimento : niente si deciderà in Siria senza Bachar Al-Assad…

All’indomani degli ultimi incontri russo-americani sulla Siria a Ginevra, il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov ha fatto, domenica sera, una dichiarazione che, pur non essendo affatto inedita, assume una nuova risonanza. Per Lavrov in effetti, la destituzione di Bashar al Assad non rientra negli accordi internazionali e di conseguenza è impossibile da mettere in atto:
“I nostri partners sono convinti del fatto che sia necessario escludere il presidente Assad dal processo politico come condizione preliminare (alle negoziazioni).” Ora, Lavrov aggiunge, “si tratta di una condizione preliminare che non è prevista nei trattati di Ginevra, come tale non può quindi essere applicata, e ciò a prescindere da tutto .”

Da Ginevra a Ginevra, tutto è cambiato.

Per chiunque ma non per gli americani e i loro alleati.
Poiché il ministro degli Affari esteri ha risposto indirettamente ma senza ambiguità a Victoria Nuland, portavoce del Dipartimento di Stato americano, che aveva dichiarato ai giornalisti, alla vigilia dell’incontro di Ginevra, che la diplomazia americana si impegnava ancora una volta a convincere i Russi a spingere il presidente siriano alla destituzione.

Ebbene si è trattato -ancora- di un buco nell’acqua, e questa volta più evidente del previsto. Perché, dopo l’accordo di Ginevra del 30 Giugno passato, molte cose sono in realtà cambiate. Sul campo, a dispetto della loro propaganda e della disinformazione dei media, in particolare francesi, i ribelli non sono realmente avanzati in nessun fronte. Allo stesso tempo, l’egemonia politica e militare dei gruppi radicali e dei jihadisti tra i ribelli è diventata lampante agli occhi di tutti gli osservatori, a cominciare da quelli americani. Inoltre, grandi cambiamenti di prospettiva giungono all’alba del secondo mandato di Obama, con nuovi capi politici e militari, John Kerry e Chuck Hagel, probabilmente meno ossessionati di Clinton e Panetta dal rovesciamento di Bashar, e per il fatto che il partito Baath sia un pericolo meno incombente di al-Qaeda per gli interessi statunitensi.

Si deve aggiungere inoltre che a dispetto della gigantesca operazione di promozione mediatica, la Coalizione Nazionale dell’opposizione siriana costituita a Doha sull’egida dell’Occidente e delle petro-monarchie, non ha più influenza politica in Siria come già per la SNC, e non è più seguito o semplicemente rispettato dalle bande armate. Ugualmente il fronte anti-siriano si è diviso nel mondo arabo-musulmano: l’Egitto, nonostante sia sotto la guida dei Fratelli musulmani, oggettivamente avvicinatisi all’Iran, e l’Arabia Saudita, con la velleità di divincolarsi, lasciano il Qatar assai solo. Una pagina è stata voltata, recentemente, senza ripercussioni, successivamente al nuovo fallimento dei ribelli alle porte di Damasco, alla fine dello scorso anno, che ha coinciso grosso modo con il riconoscimento da parte di diplomatici e giornalisti occidentali di un pericolo jihadista in Siria.

E giungiamo così agli ultimi sviluppi della situazione nel Mali che rendono la posizione di sostegno ai ribelli dell’Occidente – ed al primo posto della Francia – grottesca, schizofrenica, difficilmente sostenibile nel medio termine.
In poche parole, nelle settimane che hanno preceduto la fine dell’anno, tutti i fattori hanno contribuito a modificare i rapporti di forza in Siria e al di fuori della Siria. E così come Bashar al-Assad si è sentito abbastanza forte da rilasciare, il 6 gennaio, un discorso vincente, proponendo le sue condizioni di pace, allo stesso modo la diplomazia russa si sente abbastanza sicura di poter dire le cose senza mezzi termini ai suoi partners.

I dollari non possono comprare la realtà, né i media possono cambiarla

Ancora una volta, le parole di Lavrov non hanno nulla di nuovo: infatti già alcuni mesi fa, il ministro russo aveva affermato che la caduta di Bashar era semplicemente “impossibile”. Ma questa volta, la sua dichiarazione spazza via le ambiguità diffuse a tappeto da parte della stampa filo-NATO e filo-opposizione, circa un “lassismo” di Putin nei confronti dell’alleato siriano. Come ancora degli articoli recentemente, che all’interno della stampa manipolata, prospettano come probabile la cosiddetta evoluzione russa!

Ecco dimostrato invece che: la Russia considera oggi più che mai Bashar al-Assad, come un interlocutore valido e incontrovertibile e i suoi detrattori come irresponsabili estremisti:
“Laddove i gruppi dell’opposizione armata, dice Lavrov, hanno annunciato di aver preso la decisione di combattere fino alla vittoria, di quale attuazione del trattato Ginevra possiamo parlare? “
Una domanda fondamentale e pertinente, visto che da tanto tempo i vari personaggi politici e militari dell’opposizione radicale hanno costantemente espresso la loro preferenza per una soluzione rivoluzionaria e violenta alla crisi.

Possiamo dunque considerare le parole di Sergei Lavrov come un’ultima puntualizzazione, e un fermo invito rivolto ai paesi partners a non cullarsi nelle chimere. Chimere a cui si aggrappano da oltre 20 mesi, con la loro lettura distorta e interessata delle “primavere arabe” , e alle quali non rinunciano volentieri. Ma bisognerà, prima o poi, fare una drastica revisione, anche con discrezione, del Quai d’Orsay a Washington. Doha sarà certamente l’ultimo bastione dell’opposizione siriana, ma sicuramente i petrodollari non possono comprare la realtà.

Ci si potrebbe spingere a parafrasare Churchill: riguardo la cosiddetta “rivoluzione siriana”, è stato ampiamente superato il capitolo “la fine dell’inizio’’, e può anche essere presto avviata la fase “inizio della fine”. Inshallah!