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Diffidare della sinistra anti-anti guerra


Fonte: Sinistrainrete

altan guerra pace 21  Sin dagli anni ’90, e soprattutto dopo la guerra del Kosovo nel 1999, chiunque si opponga agli interventi armati delle potenze occidentali e della NATO deve confrontarsi con quella che può essere definita una sinistra anti-anti-guerra (compreso il suo segmento dell’estrema sinistra). In Europa, e in particolare in Francia, questa sinistra anti-anti-guerra è costituita dalla socialdemocrazia tradizionale, dai partiti Verdi e dalla maggior parte della sinistra radicale. La sinistra anti-anti-guerra non è apertamente a favore degli interventi militari occidentali e a volte non risparmia loro critiche (ma di solito solo per le loro tattiche o per le presunte motivazioni – l’Occidente sta sostenendo una giusta causa, ma goffamente e per motivi legati al petrolio o per ragioni geo – strategiche). Ma la maggior parte della sua energia la sinistra anti-anti-guerra la spende nell’emettere ”avvertimenti” contro la presunta pericolosa deriva di quella parte della sinistra che continua ad opporsi fermamente a tali interventi. La sinistra anti-anti-guerra ci invita ad essere solidali con le “vittime” contro “i dittatori che uccidono il loro stesso popolo” e a non cedere all’ istintivo anti-imperialismo, anti-americanismo o anti-sionismo, e, soprattutto, a non finire dalla stessa parte dell’estrema destra. Dopo gli albanesi del Kosovo nel 1999, ci è stato detto che “noi” dobbiamo proteggere le donne afgane, i curdi iracheni e, più recentemente, il popolo libico e siriano.

Non si può negare che la sinistra anti-anti-guerra sia stata estremamente efficace.

La guerra in Iraq, che è stata venduta al pubblico come una battaglia contro una minaccia immaginaria, ha effettivamente suscitato una opposizione fugace, mentre poca o nulla opposizione è giunta dalla sinistra contro quegli interventi presentati come “umanitari“, come ad esempio il bombardamento della Jugoslavia per separare la provincia del Kosovo, il bombardamento della Libia per sbarazzarsi di Gheddafi o come l’attuale intervento in Siria. Eventuali obiezioni alla rinascita dell’imperialismo o in favore di mezzi pacifici per affrontare questi conflitti sono state semplicemente spazzate via invocando la “Responsabilità di Proteggere” (“R2P”) o il dovere di andare in soccorso di un popolo in pericolo .

L’ambiguità fondamentale della sinistra anti-anti-guerra sta nella questione di chi siano i “noi” che dovrebbero intervenire e proteggere. Si potrebbe porre alle sinistre occidentali, ai movimenti sociali o alle organizzazioni per i diritti umani, la stessa domanda che Stalin rivolse al Vaticano: “Quante divisioni avete?“

Resta però un dato di fatto che tutti i conflitti in cui si presume che “noi” dobbiamo intervenire siano conflitti armati. Intervenire significa intervenire militarmente e per far questo si devono possedere mezzi militari adeguati. E’ del tutto evidente che la sinistra occidentale non possiede questi mezzi. Potrebbe sollecitare che siano gli eserciti europei ad intervenire, al posto degli Stati Uniti. Ma gli eserciti europei non sono mai intervenuti senza un sostegno massiccio da parte degli Usa. Quindi il messaggio reale che la sinistra anti-anti-guerra lascia passare è: “Per favore americani, fate la guerra non l’amore“. Anzi, poiché a partire dalla loro sconfitta in Afghanistan e in Iraq, gli americani sono diffidenti ad inviare truppe di terra, il messaggio equivale a niente altro che chiedere alla Air Force americana di andare a bombardare tutti quei paesi che in cui si segnalano violazioni dei diritti umani.

Naturalmente, chiunque è libero di affermare che i diritti umani devono d’ora in poi essere affidati alla buona volontà del governo degli Stati Uniti, ai suoi bombardieri, ai suoi lanciamissili e ai suoi droni. Ma è importante rendersi conto che è questo il significato concreto di tutti quegli appelli alla “solidarietà” e al “sostegno” verso i movimenti ribelli o secessionisti coinvolti nelle lotte armate. Questi movimenti non hanno bisogno di slogan cantati durante le “manifestazioni di solidarietà” a Bruxelles o a Parigi, e non è neanche questo che vogliono. Vogliono armi pesanti e veder bombardati i loro nemici.

La sinistra anti-anti-guerra, se fosse onesta, dovrebbe essere sincera riguardo questa opzione, e chiedere apertamente agli Stati Uniti di andare a bombardare ovunque i diritti umani siano violati. Poi, però, deve accettarne le conseguenze. In realtà, la classe politica e militare che dovrebbe salvare le popolazioni “massacrate dai loro dittatori” è la stessa che ha condotto la guerra del Vietnam, che ha ha imposto sanzioni e le guerre contro l’Iraq, che impone sanzioni arbitrarie su Cuba, sull’Iran e su qualsiasi altro paese a loro sgradito; la stessa classe politica e militare che fornisce sostegno incondizionato a Israele, che utilizza tutti i mezzi, compresi colpi di Stato, per opporsi ai riformatori sociali in America Latina, da Arbenz a Chavez passando per Allende, Goulart e altri, e che sfrutta spudoratamente i lavoratori e le risorse di tutto il mondo. Ci vuole davvero un sacco di buona volontà per vedere in quella classe politica e militare lo strumento di salvezza delle “vittime“. Ma alla fine è esattamente questo che la sinistra anti-anti-guerra va sostenendo in quanto, dati i rapporti di forze nel mondo, non vi è altra forza militare in grado di imporre la propria volontà.

Naturalmente, il governo degli Stati Uniti è a malapena a conoscenza dell’esistenza della sinistra anti-anti-guerra. Gli Stati Uniti decidono se fare o non fare una guerra in base alle proprie probabilità di successo e in base a quelli che, secondo le loro valutazioni, sono i propri interessi strategici, politici ed economici. E una volta che la guerra è iniziata, vogliono vincerla a tutti i costi. Non ha senso chiedergli di effettuare interventi benevoli, rivolto solo contro i veri cattivi, usando metodi gentili che risparmino i civili e gli innocenti.

Per esempio, quelli che invocano di “salvare le donne afgane” stanno in realtà chiedendo agli Stati Uniti di intervenire e, tra le altre cose, di bombardare i civili afghani e di inviare droni in Pakistan.Non ha senso chiedergli di proteggere ma di non bombardare, semplicemente perché gli eserciti agiscono sparando e bombardando. [ 1 ]

Un dei temi preferiti della sinistra anti-anti-guerra è quello di accusare coloro che rifiutano l’intervento militare di “sostenere il dittatore“, cioè il leader del paese attaccato. Il problema è che ogni guerra è giustificata da una massiccia propaganda che si basa sulla demonizzazione del nemico, in particolare del leader nemico. Per contrastare efficacemente tale propaganda è necessario contestualizzare i crimini attribuiti al nemico e confrontarli con quelli della parte che dovremmo sostenere. Tale compito è necessario ma rischioso. Il minimo errore sarà continuamente usato contro di noi, mentre tutte le menzogne ​​della propaganda a favore della guerra saranno presto dimenticate.

Già durante la prima guerra mondiale, Bertrand Russell e i pacifisti britannici sono stati accusati di “sostenere il nemico“. Ma se hanno denunciato la propaganda alleata, non è stato per amore del Kaiser tedesco, ma per la causa della pace. La sinistra anti-anti-guerra ama denunciare i “doppi standard” dei pacifisti coerenti che criticano i crimini del proprio proprio schieramento più marcatamente rispetto a quelli attribuiti al nemico del momento (Milosevic, Gheddafi, Assad, e così via), ma questa è solo la conseguenza necessaria di una scelta deliberata e legittima: contrastare la propaganda di guerra dei nostri mezzi di comunicazione e dei leader politici (in Occidente), propaganda basata sulla costante demonizzazione del nemico sotto attacco accompagnata dalla idealizzazione dell’attaccante.

La sinistra anti-anti-guerra non ha alcuna influenza sulla politica americana, ma questo non vuol dire che non abbia alcun effetto. La sua insidiosa retorica è servita a neutralizzare qualsiasi movimento pacifista o contro la guerra. Ha anche reso impossibile per qualsiasi paese europeo di prendere una posizione indipendente come fece la Francia sotto De Gaulle, o anche sotto Chirac, o come fece la Svezia con Olof Palme. Oggi una tale posizione sarebbe immediatamente attaccata dalla sinistra anti-anti-guerra, che gode del sostegno dei media europei, come “appoggio ai dittatori“, un’ altra “Monaco” o di “reato di indifferenza“.

Quello che la sinistra anti-anti-guerra è riuscita a compiere è stato di distruggere la sovranità dei cittadini europei nei confronti degli Stati Uniti e di eliminare qualsiasi posizione indipendente riguardo la guerra e l’imperialismo. Ha anche portato la maggior parte della sinistra europea ad adottare posizioni in totale contraddizione con quelle della sinistra latino-americana e di considerare come avversari la Cina e la Russia, che cercano invece di difendere il diritto internazionale. Quando i media annunciano che un massacro è imminente, a volte sentiamo dire anche che “è urgente” agire per salvare le presunte vittime future, e che non si può perder tempo a verificare i fatti. Questo può essere vero quando un edificio è in fiamme in una certa zona, ma tale urgenza, per quanto riguarda gli altri paesi, ignora la manipolazione delle informazioni e gli errori e la confusione che dominano l’informazione estera dei mezzi di informazione. Qualunque sia la crisi politica all’estero, l’istantaneo “dobbiamo fare qualcosa” fa trascurare alla sinistra le serie riflessioni di quello che potrebbe essere fatto al posto di un intervento militare. Quale tipo di indagine indipendente potrebbe essere condotta per comprendere le cause del conflitto e le potenziali soluzioni? Quale può essere il ruolo della diplomazia? Le immagini prevalenti dei ribelli immacolati, tanto care alla sinistra dalla sua romanticizzazione dei conflitti del passato, in particolare la guerra civile spagnola, bloccano la riflessione. Bloccano una valutazione realistica dei rapporti di forze e delle cause della ribellione armata nel mondo di oggi, molto diverse da quelle degli anni ’30 del novecento, fonte preferita delle leggende care alla sinistra occidentale.

Ciò che è anche degno di nota è che la maggior parte della sinistra anti-anti-guerra condivide una condanna generale delle rivoluzioni del passato, poiché guidate da Stalin, Mao, Pol Pot ecc… Ma ora che i rivoluzionari sono gli islamici (appoggiati dall’Occidente), dovremmo presumere che tutto andrà bene. Che dire poi, a proposito dell’ “imparare la lezione dal passato“, che le rivoluzioni violente non sono necessariamente il migliore o l’unico modo per ottenere un cambiamento sociale?

Una politica alternativa dovrebbe allontanarsi di 180° da quanto attualmente sostenuto dalla sinistra anti-anti-guerra. Invece di invocare sempre maggiori interventi , dovremmo chiedere ai nostri governi il rigoroso rispetto del diritto internazionale, la non interferenza negli affari interni di altri Stati e la cooperazione invece che lo scontro. La non interferenza non significa solo un intervento militare. Si applica anche alle azioni diplomatiche ed economiche: niente sanzioni unilaterali, niente minacce durante i negoziati e parità di trattamento di tutti gli Stati. Invece di continuare a “denunciare” i leader di paesi come Russia, la Cina, l’Iran e Cuba per violazioni dei diritti umani, qualcosa che la sinistra anti-anti-guerra ama fare, dobbiamo ascoltare quello che hanno da dire, dialogare con loro e aiutare i nostri concittadini a comprendere i diversi modi di pensare nel mondo, comprese le critiche che gli altri paesi possono muovere riguardo il nostro modo di fare le cose. Coltivare tale comprensione reciproca potrebbe, alla lunga, essere il modo migliore per migliorare i “diritti umani” in tutto il mondo.

Questo non porterebbe soluzioni immediate per le violazioni dei diritti umani o per i conflitti politici in paesi come la Libia o la Siria. Ma cosa significa? La politica di interferenza aumenta le tensioni e la militarizzazione del mondo. I paesi che si sentono bersaglio di tale politica, e sono numerosi, si difendono come possono. Le campagne di demonizzazione impediscono le relazioni pacifiche tra i popoli, gli scambi culturali tra i cittadini e, indirettamente, il fiorire delle idee molto liberali che i sostenitori delle interferenza sostengono promuovere. Una volta che la sinistra anti-anti-guerra ha abbandonato qualsiasi programma alternativo, ha di fatto abbandonato la possibilità di avere la minima influenza sugli affari del mondo. Non “aiuta le vittime“, come afferma. Fatta eccezione di distruggere qui ogni resistenza all’imperialismo e alla guerra, non fa nulla. Gli unici che stanno davvero facendo qualcosa sono, infatti, le amministrazioni che si succedono negli Stati Uniti. Contare su di loro per prendersi cura del benessere dei popoli del mondo è un atteggiamento di disperazione totale. Questa disperazione è un aspetto del modo in cui la maggior parte della sinistra ha reagito alla “caduta del comunismo“, abbracciando le politiche che erano l’esatto opposto di quelle dei comunisti, in particolare negli affari internazionali, dove l’opposizione all’imperialismo e la difesa della sovranità nazionale sono state sempre più demonizzate come “avanzi di stalinismo“.

L’interventismo e la costruzione europea sono entrambe politiche di destra. Una è collegata all’impulso americano per l’egemonia mondiale. L’altra rappresenta l’intelaiatura portante delle politiche economiche neoliberali e della distruzione della protezione sociale. Paradossalmente, entrambe sono state in gran parte giustificate da idee della “sinistra“: diritti umani, internazionalismo, antirazzismo e anti-nazionalismo. In entrambi i casi, una sinistra che ha perso la sua strada dopo la caduta del blocco sovietico, si è aggrappata per sopravvivere ad un discorso ”generoso, umanitario“, che manca totalmente di qualsiasi analisi realistica dei rapporti di forze nel mondo. Con una tale sinistra, la destra non ha bisogno di alcuna propria ideologia, si può arrangiare con i diritti umani.

Tuttavia, queste politiche, l’interventismo e la costruzione europea, sono oggi in un vicolo cieco. L’imperialismo degli Stati Uniti si trova ad affrontare enormi difficoltà, sia economiche che diplomatiche. La sua politica interventista è riuscita a unire gran parte del mondo contro gli Stati Uniti. Oramai quasi nessuno crede più ad un’ “altra” Europa, un’Europa sociale, e l’Unione Europea realmente esistente (l’unica possibile) non suscita molto entusiasmo tra i lavoratori. Naturalmente, di tali fallimenti ne beneficia attualmente solo la destra e l’estrema destra, dato che la maggior parte della sinistra ha smesso di difendere la pace, il diritto internazionale e la sovranità nazionale, come condizione preliminare della democrazia.

NOTE

[1] In occasione del recente vertice della NATO a Chicago, Amnesty International ha lanciato una campagna di manifesti che chiedono alla NATO di “mantenere il progresso” nell’interesse delle donne dell’Afghanistan senza però spiegare, e nemmeno sollevando la questione, come un’organizzazione militare possa realizzare tale obiettivo.

ASSAD E GLI ALTRI, NOSTRI. Il resto è silenzio (per tre settimane)


ASSAD  E  GLI  ALTRI,  NOSTRI. Il resto è silenzio (per tre settimane)
 
Avrei voluto, dopo la sosta del giro dell’anno, dire la mia su alcune cose di attualità. A giorni parto e rientro alla fine di gennaio. Ci sarà dunque un prolungato silenzio stampa sul blog. Per il sollievo di tanti. Avrei voluto illustrare alcune emergenze. il precipitare del Mali verso l’ennesimo intervento occidentale, l’intervento francese e Usa nella Repubblica Centroafricana, a sostegno dei ribelli e contro un presidente che ha osato concludere accordi con la Cina, il rapido estendersi dei tentacoli neocoloniali sull’Africa del Sahel e subsahariana, giacimento di diamanti, uranio, idrocarburi, metalli preziosi, mentre il mondo è concentrato sulla tragedia siriana e sull’apocalisse promessa all’Iran. L’ulteriore nazificazione di Israele, Stato razzista e cannibale, sempre più emulo e perfezionatore dei progetti di Hitler.
 
Eppoi, nella luccicante giostra domestica, l’imperversare di ciarlatani, imbonitori, guitti, saltimbanchi, con, sul podio più alto, un alieno robotizzato, il superpartes Goldman Sachs  che rincorre il modello berlusconiano di presunzione, insipienza, volgarità e indora di fanfaluche la notte dei morti viventi che ci sta preparando, assistito da sguatteri come Casini e pulitori delle stalle come Bersani. Avrei anche voluto approfondire, in termini di perplessità, il discorso su Grillo e Ingroia che, comunque, sono l’alternativa data, e sui lividi radical-girotondini di quella parte di “Cambiare si può” che  si dice scippata da Ingroia e dai suoi partitini delle luminose sorti palingenetiche fiorite dalle loro dieci assemblee di gentiluomini e gentildonne.
Qui avrei aggiunto una considerazione. La minoranza di “Cambiare si può” che, sdegnata e anche un po’ schifata (così si è espressa sul partecipe e comprensivo “manifesto”), della “regressione al partitismo, verticismo, personalismo” attribuita alla’operazione “Rivoluzione civile”, sono una decina d’anni che la mena con lo stereotipo del movimentismo e della democrazia “dal basso”. In Messico lo fa da vent’anni lo zapatismo di Marcos (di zapatismi in quel paese ce ne sono altri e un po’ meno etnocentrici). Come sentono la parola “organizzazione”, “apparato”, “partito”, si ricoprono di pustole verdi e danno in escandescenze. La sintesi concettuale e organizzativa gli fa orrore. La prevaricazione di qualcuno sarebbe sempre dietro l’angolo. E intanto in alto, alla guida di queste lucide moltitudini portatrici di nemesi dal basso, sono sempre gli stessi quattro o cinque, ingrigiti, leader senza leadership, ma risoluti come sempre a combattere ogni fenomeno degenerativo che sappia di struttura consolidata e meccanismi operativi.
 
Senza saperlo, anzi disconoscendolo per arroganza e ignoranza, secondo i modi di pacifinti e “sinistri”, vorrebbero un assetto come quello libico, di democrazia diretta, dove le assemblee di popolo decidono i percorsi individuali e collettivi. Lo vorrebbero senza una rivoluzione che liberi il paese dallo stivale del dominatore straniero e dai suoi sguatteri locali e, soprattutto, senza un catalizzatore come Muammar Gheddafi. Guido Viale, il migliore di loro a mio avviso (non per nulla uno di Lotta Continua, uno di quelli che non hanno tralignato), denuncia il carcinoma neoliberista meglio di altri, ma davanti alla parola partito perde la voce e si raggrinza. Per ottenere questo primato di sterile democraticismo da menti pur libere e dinamiche, i nemici della minima organizzazione delle classi perseguitate hanno davvero lavorato bene, facendo leva su magagne come autoritarismo, corruzione e parassitismo. Demonizzatori dei partiti in quanto tali, amici del giaguaro come Monti e i suoi tecnici maltusiani, o utili idioti, come quelli di cui stiamo parlando. A questo proposito, tra i primi mi viene in mente un protagonista che conosco bene: l’oggi del tutto obsoleto Bertinotti, vanitoso despota del partito monocratico che fu, che insiste a mimetizzare la sua frustrazione di detronizzato sotto l’incensamento dei movimenti e delle virtù del “basso”. Che, nel suo caso, come è noto, è il basso dei bassifondi del sottobosco postribolare mondano e televisivo.
 
A chi, come Ingroia e i suoi, ha il difetto di inserire il bisturi nella collusione delle criminalità di Stato e di mafia, chiave di volta dell’architettura piramidale in corso di perfezionamento da parte della Cupola globalista, danno del “manettaro”, del “giustizialista”.  Ha commesso il delitto di chiamare a raccolta chi, assente oggi dal gioco parlamentare, ha tuttavia costituito la forza organizzata decisiva per le rade vittorie conquistate da quelli del basso: acqua, beni comuni, referendum anti-Costituzione. Dove saremmo senza la mobilitazione, i banchetti, le firme di questi compagni? Ovviamente, alle prossime elezioni, mancando meno di due mesi, sarebbero servite assai più altre quattro assemblee di “Cambiare si può”, con 60 interventi di 3 minuti ciascuno, che non un’attivazione capillare di militanti che, dopotutto, qualche rapporto fattivo e ideale con studenti, precari e lavoratori, qualche radicamento con il calpestato sottosuolo della Repubblica, ce l’hanno. E hanno anche una memoria, seppure vaga e stazzonata, del fatto che i pannicelli caldi che i signori movimenti, anzi i signori dei movimenti applicano alle brutture del capitalismo nazificato, non servono a niente finchè non si ricupera l’eterno invitato di pietra: i rapporti di produzione e di distribuzione, i rapporti di proprietà. A Ingroia, con superba modestia, consiglierei di evitare di ricattare dai rigagnoli nei fossi gente come i “dissidenti” di Grillo, Favia (quello dello squallido e falso “fuori onda”), la povera di spirito Salsi, Tavolazzi, miniras romagnolo. Puzzano di opportunismo lontano un miglio. Puzzano di Joani Sanchez, la blogger cubana dallo stipendio di 6000 dollari del Dipartimento di Stato. Difficile che chi ha tradito – e in quel modo miserabile – non tradisca di nuovo.
E, a proposito di Grillo, concludo rimandandovi al brano in fondo, dove risulta che Beppe Grillo, rimediando alle imperdonabili “dimenticanze” di Ingroia e di tutti gli altri, pone tra le rottamazioni universali vaticinate anche la liberazione del nostro paese dalla guerra, dalla Nato, dagli Usa, da un colonialismo cui siamo stati assoggettati fin dal 1945. Parole ricuperate da una quarantina d’anni fa. Anche lui “conservatore”, qualifica che i regressisti tirano addosso a chiunque non si metta a 90°? L’avete visto fare a qualcun altro dei nostri vindici radicali dell’antisistema? Ma prima, al cuore di questo post, tra tanti omuncoli, ominicchi, ruffiani e quaquaraquà, le parole di un uomo.
 
Discorso del presidente Bashar el Assad il 6 gennaio 2013, a Damasco (selezione).
 
Hanno ucciso i civili e gli innocenti allo scopo di uccidere la luce nel nostro paese. Hanno assassinato gli intellettuali e gli scienziati per diffondere nelle nostre menti l’ignoranza. Hanno sabotato le infrastrutture costruite con il denaro dei cittadini, in modo che la nostra vita fosse pervasa da sofferenze. Hanno impedito che i bambini andassero a scuola per devastare il futuro del nostro paese. Hanno tagliato i combustibili, l’elettricità e le comunicazioni, lasciando anziani e bambini alla mercé del freddo e senza medicine. Hanno distrutto depositi di grano, hanno rubato il frumento e la farina per affamare il popolo. Si tratta di un conflitto per la conquista del potere e di poltrone, o di un conflitto tra la patria e i suoi nemici? E’ una  lotta per governare, o per vendicarsi del popolo siriano che non ha dato a questi terroristi licenza di frantumare la Siria e il suo tessuto sociale?
 
La Siria è sempre stata e rimarrà un paese libero e sovrano che non accetta né di servire, né di essere dominato, cosa che ha rappresentato un costante fastidio per l’Occidente. Hanno voluto prendere spunto da eventi interni per liberarsi della seccatura, colpire la cultura della resistenza e assoggettarci. Alla luce di tutto questo, non si può parlare di una soluzione se non si prendono in considerazione i fattori interni, regionali e internazionali. Ogni procedura che non modifica questi fattori non è una soluzione vera e non avrà impatto. Affrontare un dissenso interno dovrebbe servire a costruire il paese, non a distruggerlo. Quando parte dell’opposizione si lega all’esterno, il conflitto diventa quello tra la patria e potenze esterne, tra il rimanere liberi, o essere dominati.
 
Stiamo respingendo una feroce aggressione da fuori, con nuovi travestimenti, più pericolosi e letali di una guerra tradizionale perchè non usa direttamente strumenti per colpirci, ma infiltra nel nostro interno esecutori dei suoi progetti, utilizzando un manipolo di siriani e masse di stranieri. Non ci siamo mai opposti a una soluzione politica, l’abbiamo adottata fin dal primo giorno. Abbiamo voluto il dialogo e abbiamo teso le mani a coloro che hanno un progetto politico nazionale che faccia avanzare il paese. Come è possibile un dialogo con fanatici che non praticano altro che assassinii e terrorismo? Perché dovremmo dialogare con bande comandate dall’esterno, piegarci a stranieri che gli ordinano di respingere ogni dialogo giacché sanno che il dialogo minerebbe la cospirazione per indebolire la Siria? E’ l’Occidente, non siamo noi, ad aver chiuso le porte al dialogo, poiché l’Occidente pretende di dare ordini, mentre noi siamo abituati all’indipendenza, alla sovranità, alla libertà di decisione.
 
Noi proponiamo questa soluzione politica (riassunto del redattore): Tutti i governi regionali o internazionali cessino di finanziare, armare e ospitare combattenti e contemporaneamente cessino le operazioni terroristiche di costoro, in modo che i rifugiati siriani possano rientrare alle loro case. Verranno fermate anche le operazioni delle Forze Armate, alle quali è riservato il diritto di rispondere agli attacchi alla sicurezza nazionale, a proprietà pubbliche e private. Dovrà essere messo in atto un meccanismo che garantisca l’osservazione di queste misure. A questo punto il governo aprirà intense conversazioni con l’intero spettro della società siriana, in vista di una Conferenza del Dialogo Nazionale che rediga una costituzione aderendo alla sovranità, all’unità e all’integrità territoriale della Siria. Si dovrà rinunciare a ogni interferenza straniera e rigettare ogni tipo di terrorismo e violenza. La nuova costituzione verrà sottoposta a referendum….
 
La patria è di coloro che, uscendo da ogni percorso di vita e da ogni affiliazione, hanno risposto alle invocazioni del paese, nonostante ne ricavassero torti e insulti. Hanno dato senza remore. Alcuni sono stati onorati dal martirio, ma il loro sangue ha fatto sgonfiare le false “primavere” e ha salvaguardato il popolo dall’inganno che, all’inizio, pareva poter portare frutti. Non si trattava di una primavera, ma di un incendio vendicativo che tentava di incenerire, con l’abominevole settarismo, con l’odio cieco e il separatismo, ogni cosa che gli si opponeva. Il sangue dei martiri ha protetto e proteggerà la patria e la regione, la nostra integrità territoriale, rafforzerà l’intesa tra noi, purificherà la nostra società dal tradimento  e ci eviterà un degrado morale, umano e culturale. E’ questa la più grande vittoria.
 
La Siria resterà come è e tornerà a essere più forte. Non cederemo diritti e non rinnegheremo i nostri principi. Il Golan è nostro e la Palestina è la nostra causa, cui non rinunceremo mai. Resteremo i sostenitori della resistenza contro l’unico nemico. La resistenza non è un fatto personale, è una cultura, è civiltà. Siamo il popolo e lo Stato che per decenni ha sostenuto il massimo urto contro coloro che stanno con il popolo palestinese e la sua giusta causa, nonostante le sfide e il prezzo che ogni cittadino siriano ha sostenuto. Siamo e resteremo nella stessa trincea… Saluto ogni onesto palestinese che ha saputo apprezzare la posizione della Siria e non ha trattato la Siria come un albergo che viene abbandonato quando il servizio diventa manchevole.
Qualunque cosa abbiano programmato contro la Siria, non riusciranno mai a cambiarci. Il patriottismo scorre nel nostro sangue. La vostra tenacia nel corso di due anni dice al mondo intero che la Siria non accetta di morire e il popolo siriano non si lascia umiliare. Saremo sempre così. Mano nella mano andremo avanti, avanzando con la Siria verso un futuro più forte e luminoso.
 
 
Un minimo di geopolitica in un paese di vernacolari
Ecco un Beppe Grillo sulla politica internazionale. Ci sono i limiti di sconoscenza e di ingenuità, come l’accenno a Srebrenica (che evidentemente interpreta secondo la vulgata imperialista) e l’invocazione a quella conventicola di firmaioli dei decreti imperiali che è l’Onu. Ma trovatemi un altro politico, di partito o movimento, che abbia il coraggio di dire queste cose sulla nostra condizione primaria di colonia e di ascari delle guerre Nato, premessa a qualsiasi discorso di liberazione sociale.
 
In Italia, dal dopoguerra, la politica estera è materia di scontro elettorale tra destra e sinistra, tra guelfi e ghibellini e, nel peggiore dei casi, purtroppo il più consueto, allineamento agli interessi di potenze straniere. Poco è cambiato in quasi settant’anni, dal confronto tra Trieste italiana o titina, dall’invasione dell’Ungheria benedetta dal Pci, ai missili di Cuba, alla guerra dei Sei Giorni tra Israele e Egitto, al Vietnam, alla prima e la seconda guerra in Iraq. Le ideologie e i retrobottega dei partiti hanno prevalso sugli interessi nazionali e sulla verità dei fatti, con una conseguente perdita di credibilità dell’Italia. Inaffidabile, serva, voltagabanna. Chi può fidarsi di una Nazione che ripudia la guerra nella sua Costituzione, firma un solenne trattato di pace con la Libia e la bombarda pochi mesi dopo? Chi può credere alla buona fede di uno Stato che ha occupato l’Iraq con il pretesto di armi di massa mai esistite, se non nella fantasia di Bush, e ha attaccato l’Afghanistan senza ragione alcuna e tuttora vi mantiene le sue truppe? I bombardamenti sulla Serbia erano parte di un intervento pacificatore dei post comunisti italiani?
Dopo il crollo del muro di Berlino e il dissolvimento del Patto di Varsavia, la Nato ha perso il suo significato originario di contrapposizione al blocco sovietico, il vecchio impero del male di reaganiana memoria. Da allora, dal 1989, l’Italia si è trasformata da piattaforma strategica ad ascaro al servizio della Nato. Arruolata in tutte le guerre, ma sempre con l’alibi della missione di pace. L’obiezione tipica è “
Se si fa parte della Nato si deve partecipare a ogni qualsivoglia guerra da questa dichiarata“. Un falso. Un’obiezione contraddetta dai fatti. La Germania, che è nella Nato, non è infatti entrata in guerra contro la Libia. L’articolo 11 della Costituzione recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo“. La nostra politica estera deve attenersi strettamente alla Costituzione. Mai più guerre per favorire gli interessi di altre potenze, mai più guerre se non per scopi difensivi. Vanno ritirati i nostri soldati dall’Afghanistan, dove gli USA stanno trattando la fine delle ostilità con i talebani da più di un anno senza che i nostri media ne diano notizia, dall’Iraq e da ogni teatro di guerra. La nostra politica estera deve essere di pacificazione, di prevenzione dei massacri religiosi o etnici, di rafforzamento dell’Onu e dei caschi blu. Dov’era l’Onu durante il genocidio in Ruanda o la strage di Srebrenica? A raccogliere le margherite di chi poneva il veto? E perché all’Onu qualcuno è più uguale degli altri e può bloccare un intervento umanitario? E dove sono i caschi blu durante i periodici bombardamenti in Palestina? Intervenire per garantire i più deboli, per evitare i massacri, interporsi tra le parti in guerra e dare assistenza ai civili: questo è lo spirito della nostra Costituzione, questa deve essere la base della nostra politica estera.

Dal fronte esterno al fronte interno. Per una strategia di liberazione nazionale


Fonte: Marx21

APPUNTI PER UN PROGRAMMA DI TRANSIZIONE DEI COMUNISTI NELLA FASE ATTUALE

lissitzky newman

Prima ancora di parlare di programma, è bene chiarire che compito dei comunisti è quello di adottare la matrice del materialismo storico per comprendere le dinamiche in atto, dunque analizzare in pieno i conflitti e le guerre di classe che attraversano la società italiana.

Ritornare a crescere con l’intervento pubblico nell’economia

Il Paese vive da vent’anni una fase recessiva che è stata essenzialmente dovuta alla dismissione dell’economia mista avviata con vigore nel dopoguerra, quando la produzione militare lasciò il passo alla produzione manifatturiera civile, con un forte connubio, nelle industrie pubbliche, tra scienza e industria.

Ritornare a un sentiero di crescita implica necessariamente un ritorno del pubblico nell’economia: ciò sottintende, innanzitutto, la nazionalizzazione del sistema bancario italiano e la creazione di oligopoli pubblici capaci di intercettare la richiesta di merci tecnologicamente avanzate da parte dei paesi che sono emersi o che sono in un sentiero di sviluppo.

Va da sé che questa strategia è innanzitutto “culturale” e politica, poiché negli ultimi decenni si è stratificato un ceto intellettuale, politico, imprenditoriale ferocemente contrario a un ritorno dello Stato nel manifatturiero, causa ultima del protrarsi e dell’aggravarsi della crisi sistemica italiana. Il “Kulturkampf” deve passare, tramite il Partito e i movimenti, nelle università, contestando le baronie e il nepotismo, nei media, attraverso un potenziamento dei nuovi canali, nei quartieri e nei territori. Ciò implica che il partito contratti la partecipazione negli enti locali attraverso la rivendicazione delle istanze del pubblico in economia.

Accordi con le economie “emergenti”

Le forze possenti che dominano regressivamente il Paese possono essere contrastate soprattutto attraverso la creazione di canali diplomatici con paesi guidati da partiti e organizzazioni a noi affini, finalizzati ad autentici accordi monetari, commerciali ed industriali capaci di ricreare un apparato produttivo che sia in sinergia con processi di sviluppo economici che attraversano questi paesi, in particolare Cina, Vietnam, Brasile e Sudafrica. Se si raggiungessero tali accordi, basati sulla logica “win-win”, parte dell’apparato industriale italiano sarebbe favorito a tal punto che sarebbe disposto a venire a patti con la strategia del ritorno del pubblico, soprattutto nelle tematiche riguardanti ricerca, infrastrutture e creazione di player che trascinino sui mercati mondiali l’ossatura manifatturiera italiana basata su piccola e media impresa (PMI).

Dal pluslavoro assoluto al pluslavoro relativo

La diplomazia economica e la strategia che ciò comporta, se avvenisse e avesse successi tangibili agli occhi del Paese, potrebbero mutare i rapporti di forza, oggi sfavorevoli, ed indirizzare il partito alla rivendicazione del passaggio dal feroce pluslavoro assoluto, in voga negli ultimi decenni (dequalificazione, allungamento dell’orario di lavoro, allungamento dell’età pensionabile, deflazione salariale), verso il pluslavoro relativo (alta qualificazione della forza lavoro, apporto scientifico, ammodernamento degli impianti industriali, rivoluzione tecnologica, infrastrutturazione del paese) che, ad esempio, la dirigenza cinese ha deciso di adottare a partire dalla Legge sul Lavoro del 2008.

Tale strategia diplomatica avrebbe effetti dirompenti perché aiuterebbe i comunisti a rivendicare alcuni punti essenziali: riforma del mercato del lavoro e ripristino dell’articolo 18 anche in imprese sotto i 15 dipendenti; riqualificazione della spesa statale per educazione, università, ricerca, formazione; sostegno alla spesa sociale; creazione di oligopoli pubblici; nazionalizzazione delle banche, con conseguente mobilitazione del risparmio nazionale dedito ad investimenti; ripristino dell’apparato statuale nelle aree degradate del Mezzogiorno; riqualificazione ambientale e, in definitiva, “salto tecnologico” delle imprese manifatturiere.

Sottrarsi al soffocamento dei Trattati deflazionistici europei

Un accordo monetario e finanziario con questi Paesi darebbe la possibilità all’Italia di sottrarsi alla soffocante corda costituita dai Trattati deflazionistici europei, giacché consentirebbe di avere nuovi canali finanziari per rinnovare il debito pubblico e aprirebbe canali commerciali alternativi a quelli, stagnanti, europei. Dopo circa vent’anni, tale apporto finanziario darebbe la possibilità di porre fine alla deflazione salariale e permetterebbe di ricreare un solido mercato interno, base d’appoggio per la penetrazione pacifica commerciale estera.

Tali accordi costituirebbero l’ossatura di un processo egemonico che i comunisti potrebbero perseguire e rivendicare dando un contributo alla risoluzione della crisi sistemica che attanaglia il paese da decenni e, da percentuali minori nel panorama italiano, potrebbero (ri)conquistare l’elettorato del proletariato italiano che, o non vota, o, peggio, affolla le sedi di movimenti reazionari quali quello della Lega.

La proiezione estera permetterebbe di porre in essere una nuova “questione nazionale” basata sull’unità, sul ritorno su basi progressive dell’apparato statuale, oggi inesistente in molti ambiti, e sulla solidarietà del proletariato italiano. Avviata in tal modo la “questione nazionale”, i rapporti di forza con il blocco reazionario europeo muterebbero a tal punto da poter rivendicare un diverso assetto europeo che sospinga verso il superamento della deflazione salariale decisa con il Piano Werner del 1972 e rinnovata poi con l’Atto Unico Europeo del 1986 e del Trattato di Maastricht del 1992.

L’accordo estero di cui si accenna permetterebbe al paese infatti di essere “interlocutore privilegiato” in Europa dei nuovi colossi economici che ormai dispiegano enormi forze sull’intero mercato mondiale.

Valorizzare il meglio della nostra cultura

Agli accordi finanziari, commerciali e monetari occorre dare una gamba, un’anima costituita da fittissimi scambi culturali capaci di valorizzare il meglio della nostra cultura. Se ciò avvenisse, il Partito dovrebbe focalizzare l’attenzione, oltre che sul Dipartimento Estero, sulla creazione di un autorevole”Dipartimento Cultura” capace di intercettare la necessità di corpi intermedi che non trovano spazi nella regressione culturale imperante nel Paese da decenni. Anche questo farebbe parte di una tattica che ha come fine ultimo una rinnovata egemonia culturale.

In definitiva, la suddetta strategia avrebbe come merito quello di fuoriuscire dalla cappa deflazionista europea, e dalla stessa asset inflation anglosassone, ponendo in essere azioni e misure utili a riportare la percentuale della produzione industriale, in rapporto al Pil, dall’attuale 19% ad almeno il 35%.

In prima istanza, si tratterebbe si trovare diversi interlocutori alla subfornitura italiana, oggi troppo posizionata sul canale tedesco, e riposizionarla verso apparati industriali di paesi cosiddetti “emergenti”; accanto a ciò, il “salto tecnologico” che un ritorno del pubblico nell’economia permetterebbe, provocherebbe un riposizionamento qualitativo, e quantitativo, del manifatturiero italiano.

“Borghesia nazionale” versus capitale parassitario

Va da sé che tale approccio implica una tattica di appoggio verso quelle istanze di parte della “borghesia nazionale”, proiettata sui canali esteri, che, dopo circa vent’anni di ritardo, ha ormai assunto come programma la lotta verso gli assetti parassitari dell’economia italiana. Sarebbe la tipica lotta di classe tra capitale commerciale, parassitario, e capitale industriale che vede nel mercato mondiale la propria ragion d’essere. Istanze di tal fatta sono ormai visibili presso settori progressivi della Confindustria ed in genere del capitale finanziario italiano. I comunisti non piangano della proletarizzazione dei “sanfedisti”: il campo, qualora ciò avvenisse, sarebbe sgombro da intermediari, rimarrebbero unicamente proletariato e borghesia industriale. La logica egemonica di creazione di accordi monetari, industriali e commerciali con paesi a noi vicini quali Cina e Brasile legittimerebbero i comunisti quali attori primordiali di un ritorno di processi di accumulazione che si sono “arenati” negli ultimi vent’anni.

Per una “Stalingrado monetaria”

Tali accordi dovrebbero essere affiancati da una raffinatezza politica e diplomatica tale da non creare eccessive perturbazioni interne dovute a rimostranze di paese esteri quali gli Usa. La raffinatezza sarebbe dovuta al fatto che uno scudo monetario per il debito pubblico italiano, costituito da accordi con la People’s Bank of China, spazzerebbe nel giro di pochi mesi la deflazione tedesca, con effetti immediati e positivi per l’intero mercato mondiale, compresi gli USA, che, forse, vedrebbero con favore, come nel 1943, un’alterativa al disegno egemonico tedesco. L’alleanza internazionale con i paesi emergenti darebbe respiro all’Italia nell’attesa che si compia, nei prossimi anni, quell’autentica “Stalingrado monetaria” costituita da un’auspicabile fuoriuscita di capitali dalla Germania con il conseguente considerevole aumento dei rendimenti dei Bund. Sia la prima strategia che la seconda farebbero crollare i differenziali degli spread e avrebbero come effetto enormi afflussi di capitali esteri in Italia.

L’apertura di canali diplomatici esclusivi con i paesi emergenti darebbe respiro a quanti si oppongono alla logica di soffocamento derivante dalla strategia di deflazione salariale e “svalutazione interna” di Monti e Bersani (su questo non si differenziano…) e toglierebbe il fiato alla logica di spartizione di risorse pubbliche e di appoggio ai sanfedisti da parte del blocco reazionario di massa, ben rappresentato da Berlusconi e seguaci.

La tattica implica l’appoggio alla borghesia industriale di quel che un editorialista del Sole 24 Ore, Carlo Bastasin, poche settimane fa, chiamava lo scontro con i “feudatari”; è lo scontro tra esportatori, che questi definisce “esploratori”, contro “feudatari”. Qualora i comunisti pervenissero nei prossimi anni a sviluppare rapporti con i Paesi emergenti, in particolare con il colosso cinese, tesi a veri accordi monetari ed industriali, si metterebbero alla testa di questo scontro interno, potendo rivendicare istanze progressive presso gli “esploratori”.

Il tutto, ripeto, in attesa di una nuova “Stalingrado monetaria”… Lo sbarco in Sicilia, questa volta, lo dovrebbero fare i “Paesi emergenti”, giacché gli Usa sono troppo invischiati nei loro debiti.

Uscire dalla cappa deflazionista europea, programmata sin dal 1972 con il Piano Werner, è possibile solo con accordi esteri.

Questo è il compito dei comunisti italiani nei prossimi anni, non già rincorrere politici miopi che corrono per accreditarsi a Francoforte o a Berlino. Avendo in mente quanto parte degli industriali italiani dichiara da qualche mese a questa parte, vale a dire una critica feroce all’austerità e alla stessa deflazione salariale.

Insomma, meno incontri con il “centrosinistra”, più viaggi a Pechino o a Brasilia.

Camicie brune con un po’ di rosso: quando i neo-fascisti si mascherano da socialisti


Riportiamo questo articolo che contribuisce a fare chiarezza nell’ambito dell’anti-imperialismo italiano.

Fonte: Sinistra.CH

L’ambiguo movimento italiano “Stato&Potenza” si dichiara il “nuovo nucleo politico e militante, nel tentativo epocale di individuare una nuova teoria del socialismo nel contesto italiano ed europeo del XXI secolo”. Nientemeno! Ma davvero questo movimento è “socialista”? Esso ha piuttosto tratti simili a quelli del fascismo e di coloro che analizzano la realtà solo attraverso lenti geopolitiche senza tenere in considerazione i fattori sociali e di classe. Dopo aver attaccato pochi mesi fa il candidato della sinistra comunista alle presidenziali francesi, Jean-Luc Mélenchon, utilizzando nientemeno che fonti di estrema destra (vedi il nostroarticolo), ora “Stato&Potenza” si scaglia contro il sindaco di Napoli Luigi De Magistrisreo di aver dato al suo movimento il colore arancione che ricorda le controrivoluzione colorate di Soros, e Antonio Ingroia candidato premier non sufficientemente anti-imperialista per  i loro gusti. Ma non solo di attualità si occupano questi novelli compagni (ocamerati?), anche la storia è importante: ecco quindi prendere di mira Josip Broz Tito, leader della Jugoslavia socialista e della lotta antifascista e anti-imperialista dei partigiani balcanici. La sua colpa? Non essersi sottomesso ai Cetnici e aver disobbedito a Stalin. Non a caso, forse, “Stato&Potenza” viene lodato sul blog “Nazione e Rivoluzione” a cura dell’oscuro “Partito Nazionalcomunista italiano”.

Conflitto sociale o conflitto etnico?

Di per sé la notizia – estremamente di nicchia – potrebbe anche non interessare il nostro pubblico di progressisti, se non che da qualche tempo “Stato&Potenza”, guidato fra gli altri da Stefano Bonilauri (che organizza presidi in alcune città italiane imponendo ai propri militanti nientemeno che una camicia bruna a mo’ di divisa) imperversa sul web e sui social-network creando non poca confusione fra i militanti di sinistra e fra gli attivisti anti-imperialisti. Riteniamo per questo che si debba fare almeno un po’ di chiarezza. La geopolitica non è una materia indipendente, essa deve essere inserita nel conflitto sociale, mentre chi evita tutto ciò ragionando esclusivamente in termini etnico-identitari si pone fuori da ogni prospettiva non solo comunista ma anche genericamente di sinistra. Peraltro la condizione di un paese in via di sviluppo e quella di un paese del centro imperialista non sono paragonabile: è quindi inevitabile che il concetto stesso di “patriottismo” assuma quindi valenze differenti.

Un ambiguo “patriottismo”

Vi sono naturalmente posizioni corrette, condivisibili anche da sinistra, in “Stato&Potenza”, come ad esempio la petizione per far uscire l’Italia dalla NATO, o le manifestazioni contro le minacce di guerra ai danni della Siria socialista oppure ancora il lavoro contro l’invasione della Libia popolare da parte dell’Occidente, e tuttavia non dobbiamo lasciarci ingannare: il loro patriottismo anti-atlantico nasconde in realtà uno sciovinismo italiano neanche troppo velato e il loro militarismo in ogni modo esaltato lascia trasparire un’idea nefasta ed errata che il “socialismo” (così come loro lo interpetano) sia una grande caserma piena di virile spirito nazionalista e possibilmente un po’ di spiritualità cristiano-ortodossa. Il tutto condito di qualche citazione fuori contesto di Gennadj Zyuganov, leader del Partito Comunista della Federazione Russa (che in Italia tiene rapporti con il Partito dei Comunisti Italiani), tanto per “giustificarsi” e confondere ulteriormente le acque ai compagni, convincendoli ad adottare metodi di analisi e proposte che sono sostanzialmente lontane dalla tradizione del movimento operaio. “Stato&Potenza” insiste poi sulla necessità della crescita costruendo ad esempio la TAV e le grandi opere speculative pur di rafforzare la “patria”, del ritorno all’energie nucleare, della lotta contro gli ambientalisti, della reintroduzione della leva militare obbligatoria per indottrinare i giovani, ecc. La destra usa mille stratagemmi per esercitare la propria egemonia culturale sulla popolazione, e questo è uno dei tanti.

Tito, un nemico dei fascisti

L’autore dell’articolo contro Tito che ci è saltato all’occhio è Marco Bagozzi. Egli utilizza argomenti apparentemente rivoluzionari e una retorica di sinistra per giustificare un odio profondo verso la Jugoslavia unita. E’ assolutamente chiaro che Tito si può criticare e che il socialismo applicato nella penisola balcanica non era certo esente di errori, ma ciò non deve in nessun modo diventare, come invece è il caso qui, un modo furbo per mascherare il proprio spirito sciovinista contro la popolazione slava che veniva liberata dal fascismo proprio grazie all’impegno dei comunisti titini. Bagozzi fa pure una figura barbina: il suo testo risulta, infatti, essere una versione riveduta e corretta di un articolo già apparso sul quotidiano “Rinascita” (che ha “rubato” il nome alla ex-rivista teorica del PCI) vicina alla destra nazionalista italiana in data 28 Febbraio 2008.

Secondo Bagozzi: “il Maresciallo attuò fin dall’immediato dopoguerra una politica antiserba. Dal punto di vista ideologico, lo jugoslavismo di Tito si manifestava nel ridimensionamento delle prospettive serbe”. Un’assurdità, tanto è vero che l’idea jugoslavista fu difesa proprio dalla Serbia di Slobodan Milosevic fino alla fine degli anni ’90. Un falso storico è pure affermare che ‘gia nel 1945 l’atteggiamento persecutorio verso la popolazione serba fu durissimo. A detta di Tito i serbi avevano accettato con troppa benevolenza l’invasore tedesco’. Queste frasi sono semplicemente figlie della peggior stroriografia revisionista! Non stupisce: “Stato&Potenza” in altre sue uscite stravede per il clero cristiano-ortoddosso, russo, serbo, ecc. Sembra quasi che l’analisi pseudo-storica di Bagozzi voglia per forza imporre la visione dell’ortodossia come unica verità. L’autore lascia poi trapelare le sue simpatie per il nazionalismo italiano quando si lamenta del fatto che i titini slavi volessero annettere tutta l’area della “Venezia Giulia e del litorale fiumano e dalmata” la cui italianità per Bagozzi è sacrosanta. Dal nazionalismo italiano si passa al fascismo quando l’articolo si lamenta per la persecuzione di Tito contri i collaborazionisti, cioè il gruppo serbo dei Cetnici.

Non scordiamoci che, come dice Stefano Zecchinelli, giovane ricercatore, in Jugoslavia “il sistema socio-economico interno di Tito era, come disse Che Guevara: ‘un capitalismo industriale con una ridistribuzione socialista dei profitti’; quindi un’economia semi-socialista che cercava di sperimentare forme di autogoverno operaio (la cosiddetta via jugoslava al socialismo). La stessa cosa, in quel tempo, valeva per altri paesi socialisti: ad esempio Mao Zedong ci provò con la Comune popolare in Cina. Sulle politiche anti-serbe (inesistenti) nell’articolo di ‘Stato&Potenza’ vengono invece riportate solo diffamazioni: la Jugoslavia titina riuscì ad integrare nel suo Stato sociale addirittura le popolazioni rom. Attaccare Tito in questo modo è davvero infamante”.

Non condivide le tesi di “Stato&Potenza” nemmeno Giovanni Apostolou, collaboratore del Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia (CNJ), il quale sostiene come Bagozzi scriva “senza comprendere che il criterio della mera demarcazione e contrapposizione tra nazioni e nazionalità è estraneo a noi come era estraneo al movimento di Liberazione guidato da Tito. Di noi, nel merito, si dice unicamente che sosteniamo e dimostriamo (http://www.cnj.it/documentazione/KOSMET/foto.htm) che l’irredentismo pan-albanese è stato storicamente appoggiato dal nazifascismo. E questa semplice verità possiamo solo ribadirla ad alta voce”.

“Stato&Potenza” contro la sinistra

Potremmo citare tanti altri testi molto ambigui e faziosi. Ne prendiamo uno in particolare che ci pare esemplificativo. Si tratta di un articolo di Alessandro Lattanzio, in cui dopo aver chiarito che i veri comunisti non devono essere di “sinistra” (!), poiché essa sarebbe solo la posizione nel parlamento borghese,  si passa a criticare il “riformismo” del Partito Comunista Italiano (come partito non sufficientemente rivoluzionario). Ora: criticare il PCI e le sue strategie è legittimo, ma qui è evidente come si tratti solo di una mossa “Kansas City” alla rovescia: si guarda a sinistra per colpire da destra! Distruggere con paroloni apparentemente di sinistra, quanto i comunisti italiani hanno saputo conquistare (nonostante le contraddizioni evidenti) e costruire. Destrutturando il legame culturale (e anche psicologico) con quel passato, si creano le condizioni per spostare l’asse del discorso a destra, in questo caso all’estrema destra!

Tesi paranoica? Forse. Ma leggiamo nel concreto cosa scrive “Stato&Potenza”: “La sinistra, così, passava dal vago sentimento di simpatia per la classe operaia per procedere attraverso vari stadi”. La “vaga simpatia”, in realtà, consisteva in un PCI non solo promotore di un sindacato di massa e di lotta come la CGIL, ma anche di una struttura partitica largamenta composta di operai, molti dei quali godevano – grazie alle sezioni territoriali, alle case del popolo e alle scuole di partito – anche di un’istruzione a cui spesso non avevano potuto accedere. Ma andiamo avanti: i vari stadi cui approda la sinistra, secondo l’articolo, sono: “il pasolinismo, ovvero l’amore per la feccia umana”. Al di là dell’espressione colorita che certo non appartiene alla cultura progressista e democratica, che cosa sia questa “feccia umana”, anche se esplicitamente non viene spiegato, risulta abbastanza chiaro: i gay! L’omofobia è tipica dei fascisti, soprattutto oggi quando anche paesi retti dal marxismo-leninismo, come Cuba o il Vietnam,  stanno fortemente democratizzando la legislazione sui diritti di genere.

L’altro approdo sarebbe “il post-borghesismo pseudo-rivoluzionario dei rampolli della Grande Borghesia”. E anche qui, al di là della retorica pomposa, l’attacco è alla globalità della contestazione del ’68. Nessuno nega che quella stagione sia stata anche influenzata da tendenze di rivoluzionarismo piccolo-borghese, e tuttavia non possiamo dimenticare che il ’68 ha permesso alla società occidentale non solo di scrollarsi di dosso i residui della società autoritaria e patriarcale tipica della tradizione cattolica, ma è stato un movimento di classe che ha saputo unire le lotte operaie (ricordiamo la grande stagione del 1969 italiano) con le istanze democratiche degli studenti di origine proletaria che chiedevano il diritto allo studio e una scuola più connessa con la realtà sociale nella quale vivevano i ceti popolari. L’ultimo approdo sarebbe, infine, il “berlinguerismo”. Anche qui vale il discorso di prima: la segreteria comunista di Enrico Berlinguer è dibattuta anche a sinistra e anche fra gli stessi comunisti, e purtuttavia definire la lotta di Berlinguer per la questione morale della classe politica di allora come “un oltraggioso moralismo” risulta abbastanza avventato. Lo stesso dicasi per l’espressione secondo cui il segretario comunista più amato dopo Togliatti “predicava l’austerità presso il proletariato”. Si tratta di una formulazione fuorviante: l’austerità di Berlinguer invocava un ragionamento globale sul consumismo e, conseguentemente poneva già nel 1977, una riflessione sui modi di produzione insostenibili del capitalismo anche dal punto di vista ambientale. L’odio che in questo articolo traspare nei confronti dei comunisti è evidente, anche solo dai toni non critici ma pieni di astio utilizzati. La medesima superficialità delle argomentazioni ce le potremmo aspettare da movimenti neofascisti, più che da un sito che si autoproclama “socialista”.

Anti-Spasmina


La politica italiana è in preda a violenti spasmi purtroppo non salvifici.

Il leitmotiv rimane la speculazione finanziaria, l’ombra di Soros in compagnia di altri vecchi oligarchi della finanza aleggia sull’intero globo, il danno maggiore lo ha subito la politica.

Molti avranno compreso che il capitalismo, che trova il suo polo di spicco negli USA, non sia in crisi ma abbia capacità di mutare (Marx aveva visto giusto!) imponendo sistemi economici e politici predefiniti che rendono di conseguenza qualsiasi volontà politica subalterna a questo sistema predefinito.

Si può prendere ad esempio l’UE: la condizione politico-economica dei paesi aderenti all’UE è d’essere schiacciati sotto la morsa dei trattati di Maastricht e di Lisbona. Nazioni genuflesse al capitalismo d’oltreoceano (in sostanza l’Europa è stata storicamente a disposizione degli Stati Uniti utile freno all’espansione sovietica), con la collaborazione di Israele, nazioni prive di una autonomia. Le conseguenze dell’abbattimento della sovranità nazionale, politica ed economica si ripercuotono su di una intera fascia sociale, una classe che paga e continuerà a pagare la recessione nei paesi in cui questa è protagonista: la Grecia, la Spagna, la Francia, il Portogallo, l’Italia e a breve anche la Germania, il PIL tedesco difatti comincia a vacillare, venendo a intaccare le tesi di coloro che sostenevano e sostengono che il male dell’Europa sia rintracciabile nella Germania, il demonio Merkel da esorcizzare.

Nei paesi a regime liberale indotto (il nostro), in cui la delocalizzazione e privatizzazione delle industrie di interesse nazionale, in cui la privatizzazione della scuola, della sanità, della cultura sono punti cardine delle “agende” politiche odierne e future, a pagare sono di fatto, inconfutabilmente i lavoratori/consumatori. La stabilità lavorativa in Italia sono anni che non viene garantita dall’art.18, inutile il puntiglio volto a difenderlo, ed un dato inquietante che accompagna lo scenario è la percentuale relativa alla disoccupazione giovanile che tocca la soglia del 40%. Questo vuol dire che il ricambio generazionale sarà sempre più lento e meno attuabile, che vi sarà una perpetua stagnazione culturale, la cultura a disposizione di pochi ed il lavoro nelle mani di agenzie private che gestiscono e continueranno a gestire l’occupazione/disoccupazione.

La questione di “classe”, a ben vedere, non è affatto esaurita anzi si ripropone con tutta la sua veridicità su scala globale.

L’Italia vanta esponenti di “spicco” come Draghi, Monti-Napolitano, Marchionne, massimi fruitori della cultura liberista, i quali costituiscono il ponte che l’America sfrutta per avere un accesso privilegiato, un filo diretto nelle questioni economiche quanto politiche nazionali.

Il nostro Paese è il 15esimo fornitore americano a livello globale, in nome di questa dipendenza che viene portata avanti da lunga data e da cui non abbiamo tratto grandi vantaggi, con l’avvento del Fiscal Cliff, tagli alla spesa americani, vi saranno ulteriori ripercussioni a causa del probabile calo delle vendite (export) verso gli USA, l’Europa tutta ne risentirà. Il colosso capitalistico (USA) metterà in seria difficoltà l’Europa, chi pagherà lo scotto sarà sempre il soggetto più debole: i lavoratori. Se le piccole e medie imprese trasversalmente colpite dal Fiscal Cliff chiudono i battenti molte, troppe famiglie raggiungeranno uno stato di povertà. A dirla tutta ne sappiamo già qualcosa.

 E’ semplice capire il perché questa dipendenza dagli Stati Uniti debba esaurirsi.

Gli spasmi continui che affliggono la politica italiana nella rutilante ripetizione del sempre uguale non fermeranno la macchina del dissolvimento sociale, non svolgeranno la funzione di anestetico, non salveranno la classe lasciata a se stessa, urge porre un rimedio, una anti-spasmina che trova la sua efficacia nella lotta, una lotta che a quanto pare risulta necessaria, una lotta che non veda più protagonisti i soliti noti della fictio politica ma che veda protagonisti gli afflitti, la merce tra le merci.

Andrea Selindro

Chi baratta il proprio simbolo e la propria identità per un posto in Parlamento umilia i propri militanti e non merita rispetto.


Fonte: Comunisti-Sinistra Popolare

Chi baratta il proprio simbolo e la propria identità per un posto in Parlamento umilia i propri militanti e non merita rispetto. I comunisti quando rientreranno in Parlamento lo faranno dalla porta principale e non camuffati in una lista dove c’è tutto ed il contrario di tutto. Ricordate la giusta critica ai partiti personali? Oggi gli stessi vorrebbero portare all’ammasso i propri militanti per una lista con in maiuscolo il nome di un magistrato attento solo alla ribalta dei mass media di ritorno da una vacanza guatemalteca .L’ossessione della presenza (peraltro personale) nelle istituzioni quando la politica istituzionale conta quasi nulla è il segno del “si salvi chi può”. La lista Arcobaleno non aveva un’anima era solo una unione di simbolini; oggi è peggio, nella lista arancione al Prc e al Pdci addirittura non viene concesso di apparire, nessun intervento, fuori dalle conferenze stampa. Il baratto è chiaro: un posto in Parlamento ai rispettivi segretari ma nessun contenuto, nessuna presenza neanche simbolica. Al punto sei del decalogo incredibilmente si “ingoia”un inno all’impresa “6)Vogliamo che gli imprenditori possano sviluppare progetti, ricerca e prodotti senza essere soffocati dalla finanza, dalla burocrazia e dalle tasse”. E’ questa la strada? Sinceramente pensiamo di no!  Serve ricostruire un vero Partito Comunista con l’orgoglio della nostra storia e la capacità di riconoscere ed evitare gli errori che sono stati commessi.

Roma, il Comune lascia Casapound senza casa


Roma, il Comune lascia Casapound senza casa

Il Campidoglio non comprerà il palazzo di via Napoleone III. Uno sgambetto che prelude allo scontro fratricida delle elezioni. Il Pd, intanto, farfuglia.

Il bastione di Casapound in via Napoleone III “non è più strategico” per il Comune di Roma. L’accordo che sembrava fatto per l’acquisizione dell’immobile all’Esquilino è saltato durante la riunione dei capigruppo di una settimana fa e l’ultimo consiglio comunale ha semplicemente ratificato questa decisione: lo stabile rimarrà di proprietà del Demanio. Niente regalo di Natale. “L’Amministrazione capitolina – si legge in una nota diffusa dall’ufficio stampa del Campidoglio – ha da tempo raggiunto l’accordo con il Demanio dello Stato per sostituire l’immobile di via Napoleone III con altri beni all’interno dello scambio di edifici previsto e risulta pertanto evidente che lo stabile non rientra più nell’elenco delle acquisizioni strategiche pianificato da Roma Capitale”.

E’ così che il regalo da 11 milioni e 800mila euro – promesso nel 2007 dalla giunta di centrosinistra guidata da Walter Veltroni – va al macero, in quello che è un antipasto della campagna elettorale alle porte. Alemanno si è divertito a sgambettare Casapound, una sorta di piccola vendetta su quelli che, fino a non molto tempo fa, sembravano alleati certi. Adesso, però, con la discesa in campo dei fascisti del terzo millennio in evidente opposizione al centrodestra “ufficiale”, il gioco si fa duro e ogni occasione è buona per uno sgarbo o una dose di veleno da lanciare anche nell’etere.

Il ‘boss’ di Casapound, Gianluca Iannone, ha provato ad incassare con stile e, anche lui attraverso un comunicato, ha fatto sapere che “Casapound non ha bisogno di favori, ammesso che di favori si tratti, dal sindaco contro il quale sarà in campo alle comunali. Via Napoleone III è un’occupazione a scopo abitativo che rientra tra le occupazioni storiche riconosciute dal Comune”. Commento che, ça va sans dire, è arrivato a decisione già presa e palazzo già “perduto” – anche se in realtà, nessuno andrà mai a sgomberarlo -, nell’eterna riproposizione di un grande classico della politica italiana: la favola della volpe e dell’uva. In questa guerra epistolare è entrato anche il Pd, che si ritrova – suo malgrado – a dare ragione a Casapound. Soltanto qualche giorno fa, infatti, il segretario romano del partito, Marco Miccoli, sbraitava: “Il Pd si batterà in ogni modo contro questo ennesimo favore che il peggior sindaco che Roma abbia avuto vorrebbe fare ai suoi sodali e alleati di destra. Comunque questa vergognosa delibera pro Casapound sarà il primo atto che elimineremo a giugno quando le forze democratiche governeranno Roma e Alemanno sarà stato cacciato via dal voto popolare”. Affermazioni che ora suonano come un clamoroso autogol: è stato lo stesso sindaco, infatti, a sbattere la porta in faccia ai fascisti “non conformi”, andando a mettere il dito in una piaga aperta da tempo. Da quando, cioè, proprio Casapound disseminò la capitale di manifesti contro l’operato dell’amministrazione comunale e del governo regionale. Il centrosinistra capitolino, in sostanza, dimostra di essere ancora una volta un passo indietro rispetto al dibattito che, a destra, va avanti da oltre un anno, ovvero: Casapound fa parte o no dello squadrone di Alemanno? Parole a parte, questo mancato regalo parla chiaro. Il sodalizio è spezzato, anche se il figlio del sindaco milita proprio nel movimento di Iannone.

Questa guerra fratricida nella destra più o meno estrema è solo l’inizio di quella che si preannuncia come una campagna elettorale durissima. Casapound sembra pronta a bombardare Roma e tutto il Lazio con i suoi slogan “anti-sistema”, mentre la Polverini sembra fuori dai giochi e Alemanno cerca disperatamente di ricomporre i cocci di quella che ormai fu la sua maggioranza. Gli stracci già volano, ma il finale della storia è ancora tutto da scrivere.