Proteste per l’arrivo dei missili Patriot


Fonte: Il Manifesto

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Da due giorni, in Turchia, la polizia sta reprimendo i manifestanti, che protestano per l’arrivo dei missili Patriot tedeschi e olandesi inviati dalla Nato per essere dispiegati alla frontiera con la Siria. Decine di veicoli militari tedeschi hanno scaricato nel porto di Iskenderum, vicino ad Antiochia, oltre 130 container di batterie per missili terra-aria. Ogni batteria dovrebbe avere in media 12 lanciatori di missili. Ad accoglierli hanno trovato 150 militanti del Partito comunista turco che hanno scandito slogan e bruciato una bandiera statunitense in un’entrata del porto. Nel sud del paese, davanti alla base militare di Incirlik, si è svolta un’altra manifestazione contro «la politica interventista dellaTurchia in Siria». E anche nella capitale, Ankara, la sinistra ha manifestato «contro la presenza militare straniera» nel paese. Sono state arrestate 25 persone.

Il 21 novembre scorso, il governo turco ha chiesto alla Nato il dispiegamento dei Patriot (missili terra-aria di lunga gittata fabbricati dalla compagnia nordamericana Raytheon) lungo i 900 km di frontiera con la Siria. Allora, Ankara denunciò la morte di cinque civili, uccisi dai tiri di artiglieria provenienti dalla Siria. Nella prima settimana di gennaio, hanno cominciato ad arrivare oltre 400 militari Usa, di stanza a una cinquantina di km dalla frontiera siriana e poi quelli olandesi (circa 360 effettivi) e tedeschi (400 militari), posizionati un po’ più lontano. Anche allora, la sinistra turca ha manifestato contro le basi militari Nato, e domenica le proteste hanno interessato soprattutto la città sudorientale di Antakya. Entro metà febbraio, le operazioni verranno comunque completate anche dai missili inviati dagli Stati uniti.
Per il regime siriano di Bashar al Assad – sotto attacco dall’interno e dall’esterno dal marzo 2011 – si tratta di «un’ulteriore provocazione» da parte del governo di Recep Tayyip Erdogan. Un’ulteriore spinta in avanti nell’impegno militare di Ankara, che sostiene attivamente l’opposizione all’ex alleato Assad e non nasconde le sue ambizioni economiche e politiche nella regione. Secondo alcuni analisti, l’intenzione sarebbe quella di costituire un arco sunnita che vada da Gaza al nord dell’Iraq passando per la Siria, che dovrebbe essere governata da un modello «islamico-democratico» opposto a quello iraniano. Ankara non può digerire che, in virtù dell’alleanza tra Damasco e Tehran, l’Iran – che ha già influenza in Libano e in Iraq – diventi la più grande potenza regionale controllando anche la Siria. Il conflitto siriano ha già cambiato le carte in gioco nella regione, mostrando un campo che oppone, da un lato, la Turchia, gli Usa, la Nato, i kurdi e i sunniti iracheni e i paesi del Golfo. Dall’altro, la Siria, la Russia, l’Iran, gli sciiti iracheni, gli Hezbollah libanesi.
Erdogan ha abbandonato le trattative con Assad nell’estate del 2011. Il Consiglio nazionale siriano è stato creato a Istanbul il 2 ottobre 2011, e lì i Fratelli musulmani hanno tenuto il loro primo congresso in trent’anni, lanciando poi il loro partito politico. Dall’aprile 2011, il governo turco sostiene di aver accolto circa 40.000 rifugiati siriani. Far cadere Assad si è rivelato però più complicato del previsto, e il sostegno dei turchi all’interventismo, tutt’altro che scontato. Secondo un sondaggio reso noto nell’estate scorsa, solo l’8% degli intervistati ha ritenuto giusto l’appoggio militare all’opposizione siriana, mentre il 41% ha sostenuto che Erdogan non dovrebbe immischiarsi negli affari interni di Damasco.
Ieri, la Russia – da cui proviene il 70% del gas importato in Turchia – ha dichiarato che il conflitto in Siria «sarà lungo» e ha inviato due aerei per evacuare 150 degli 8.000 suoi cittadini attualmente in Siria.

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