La Russia all’ Occidente: Non si può prescindere da Bashar


Fonte: Infosyrie

Tradotto da Andrea Selindro

Non è di certo la prima presa di posizione del genere per Serguei Lavrov. Ma questa volta suona proprio come un ultimo avvertimento : niente si deciderà in Siria senza Bachar Al-Assad…

Non è di certo la prima presa di posizione del genere per Serguei Lavrov. Ma questa volta suona proprio come un ultimo avvertimento : niente si deciderà in Siria senza Bachar Al-Assad…

All’indomani degli ultimi incontri russo-americani sulla Siria a Ginevra, il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov ha fatto, domenica sera, una dichiarazione che, pur non essendo affatto inedita, assume una nuova risonanza. Per Lavrov in effetti, la destituzione di Bashar al Assad non rientra negli accordi internazionali e di conseguenza è impossibile da mettere in atto:
“I nostri partners sono convinti del fatto che sia necessario escludere il presidente Assad dal processo politico come condizione preliminare (alle negoziazioni).” Ora, Lavrov aggiunge, “si tratta di una condizione preliminare che non è prevista nei trattati di Ginevra, come tale non può quindi essere applicata, e ciò a prescindere da tutto .”

Da Ginevra a Ginevra, tutto è cambiato.

Per chiunque ma non per gli americani e i loro alleati.
Poiché il ministro degli Affari esteri ha risposto indirettamente ma senza ambiguità a Victoria Nuland, portavoce del Dipartimento di Stato americano, che aveva dichiarato ai giornalisti, alla vigilia dell’incontro di Ginevra, che la diplomazia americana si impegnava ancora una volta a convincere i Russi a spingere il presidente siriano alla destituzione.

Ebbene si è trattato -ancora- di un buco nell’acqua, e questa volta più evidente del previsto. Perché, dopo l’accordo di Ginevra del 30 Giugno passato, molte cose sono in realtà cambiate. Sul campo, a dispetto della loro propaganda e della disinformazione dei media, in particolare francesi, i ribelli non sono realmente avanzati in nessun fronte. Allo stesso tempo, l’egemonia politica e militare dei gruppi radicali e dei jihadisti tra i ribelli è diventata lampante agli occhi di tutti gli osservatori, a cominciare da quelli americani. Inoltre, grandi cambiamenti di prospettiva giungono all’alba del secondo mandato di Obama, con nuovi capi politici e militari, John Kerry e Chuck Hagel, probabilmente meno ossessionati di Clinton e Panetta dal rovesciamento di Bashar, e per il fatto che il partito Baath sia un pericolo meno incombente di al-Qaeda per gli interessi statunitensi.

Si deve aggiungere inoltre che a dispetto della gigantesca operazione di promozione mediatica, la Coalizione Nazionale dell’opposizione siriana costituita a Doha sull’egida dell’Occidente e delle petro-monarchie, non ha più influenza politica in Siria come già per la SNC, e non è più seguito o semplicemente rispettato dalle bande armate. Ugualmente il fronte anti-siriano si è diviso nel mondo arabo-musulmano: l’Egitto, nonostante sia sotto la guida dei Fratelli musulmani, oggettivamente avvicinatisi all’Iran, e l’Arabia Saudita, con la velleità di divincolarsi, lasciano il Qatar assai solo. Una pagina è stata voltata, recentemente, senza ripercussioni, successivamente al nuovo fallimento dei ribelli alle porte di Damasco, alla fine dello scorso anno, che ha coinciso grosso modo con il riconoscimento da parte di diplomatici e giornalisti occidentali di un pericolo jihadista in Siria.

E giungiamo così agli ultimi sviluppi della situazione nel Mali che rendono la posizione di sostegno ai ribelli dell’Occidente – ed al primo posto della Francia – grottesca, schizofrenica, difficilmente sostenibile nel medio termine.
In poche parole, nelle settimane che hanno preceduto la fine dell’anno, tutti i fattori hanno contribuito a modificare i rapporti di forza in Siria e al di fuori della Siria. E così come Bashar al-Assad si è sentito abbastanza forte da rilasciare, il 6 gennaio, un discorso vincente, proponendo le sue condizioni di pace, allo stesso modo la diplomazia russa si sente abbastanza sicura di poter dire le cose senza mezzi termini ai suoi partners.

I dollari non possono comprare la realtà, né i media possono cambiarla

Ancora una volta, le parole di Lavrov non hanno nulla di nuovo: infatti già alcuni mesi fa, il ministro russo aveva affermato che la caduta di Bashar era semplicemente “impossibile”. Ma questa volta, la sua dichiarazione spazza via le ambiguità diffuse a tappeto da parte della stampa filo-NATO e filo-opposizione, circa un “lassismo” di Putin nei confronti dell’alleato siriano. Come ancora degli articoli recentemente, che all’interno della stampa manipolata, prospettano come probabile la cosiddetta evoluzione russa!

Ecco dimostrato invece che: la Russia considera oggi più che mai Bashar al-Assad, come un interlocutore valido e incontrovertibile e i suoi detrattori come irresponsabili estremisti:
“Laddove i gruppi dell’opposizione armata, dice Lavrov, hanno annunciato di aver preso la decisione di combattere fino alla vittoria, di quale attuazione del trattato Ginevra possiamo parlare? “
Una domanda fondamentale e pertinente, visto che da tanto tempo i vari personaggi politici e militari dell’opposizione radicale hanno costantemente espresso la loro preferenza per una soluzione rivoluzionaria e violenta alla crisi.

Possiamo dunque considerare le parole di Sergei Lavrov come un’ultima puntualizzazione, e un fermo invito rivolto ai paesi partners a non cullarsi nelle chimere. Chimere a cui si aggrappano da oltre 20 mesi, con la loro lettura distorta e interessata delle “primavere arabe” , e alle quali non rinunciano volentieri. Ma bisognerà, prima o poi, fare una drastica revisione, anche con discrezione, del Quai d’Orsay a Washington. Doha sarà certamente l’ultimo bastione dell’opposizione siriana, ma sicuramente i petrodollari non possono comprare la realtà.

Ci si potrebbe spingere a parafrasare Churchill: riguardo la cosiddetta “rivoluzione siriana”, è stato ampiamente superato il capitolo “la fine dell’inizio’’, e può anche essere presto avviata la fase “inizio della fine”. Inshallah!

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