ASSAD E GLI ALTRI, NOSTRI. Il resto è silenzio (per tre settimane)


ASSAD  E  GLI  ALTRI,  NOSTRI. Il resto è silenzio (per tre settimane)
 
Avrei voluto, dopo la sosta del giro dell’anno, dire la mia su alcune cose di attualità. A giorni parto e rientro alla fine di gennaio. Ci sarà dunque un prolungato silenzio stampa sul blog. Per il sollievo di tanti. Avrei voluto illustrare alcune emergenze. il precipitare del Mali verso l’ennesimo intervento occidentale, l’intervento francese e Usa nella Repubblica Centroafricana, a sostegno dei ribelli e contro un presidente che ha osato concludere accordi con la Cina, il rapido estendersi dei tentacoli neocoloniali sull’Africa del Sahel e subsahariana, giacimento di diamanti, uranio, idrocarburi, metalli preziosi, mentre il mondo è concentrato sulla tragedia siriana e sull’apocalisse promessa all’Iran. L’ulteriore nazificazione di Israele, Stato razzista e cannibale, sempre più emulo e perfezionatore dei progetti di Hitler.
 
Eppoi, nella luccicante giostra domestica, l’imperversare di ciarlatani, imbonitori, guitti, saltimbanchi, con, sul podio più alto, un alieno robotizzato, il superpartes Goldman Sachs  che rincorre il modello berlusconiano di presunzione, insipienza, volgarità e indora di fanfaluche la notte dei morti viventi che ci sta preparando, assistito da sguatteri come Casini e pulitori delle stalle come Bersani. Avrei anche voluto approfondire, in termini di perplessità, il discorso su Grillo e Ingroia che, comunque, sono l’alternativa data, e sui lividi radical-girotondini di quella parte di “Cambiare si può” che  si dice scippata da Ingroia e dai suoi partitini delle luminose sorti palingenetiche fiorite dalle loro dieci assemblee di gentiluomini e gentildonne.
Qui avrei aggiunto una considerazione. La minoranza di “Cambiare si può” che, sdegnata e anche un po’ schifata (così si è espressa sul partecipe e comprensivo “manifesto”), della “regressione al partitismo, verticismo, personalismo” attribuita alla’operazione “Rivoluzione civile”, sono una decina d’anni che la mena con lo stereotipo del movimentismo e della democrazia “dal basso”. In Messico lo fa da vent’anni lo zapatismo di Marcos (di zapatismi in quel paese ce ne sono altri e un po’ meno etnocentrici). Come sentono la parola “organizzazione”, “apparato”, “partito”, si ricoprono di pustole verdi e danno in escandescenze. La sintesi concettuale e organizzativa gli fa orrore. La prevaricazione di qualcuno sarebbe sempre dietro l’angolo. E intanto in alto, alla guida di queste lucide moltitudini portatrici di nemesi dal basso, sono sempre gli stessi quattro o cinque, ingrigiti, leader senza leadership, ma risoluti come sempre a combattere ogni fenomeno degenerativo che sappia di struttura consolidata e meccanismi operativi.
 
Senza saperlo, anzi disconoscendolo per arroganza e ignoranza, secondo i modi di pacifinti e “sinistri”, vorrebbero un assetto come quello libico, di democrazia diretta, dove le assemblee di popolo decidono i percorsi individuali e collettivi. Lo vorrebbero senza una rivoluzione che liberi il paese dallo stivale del dominatore straniero e dai suoi sguatteri locali e, soprattutto, senza un catalizzatore come Muammar Gheddafi. Guido Viale, il migliore di loro a mio avviso (non per nulla uno di Lotta Continua, uno di quelli che non hanno tralignato), denuncia il carcinoma neoliberista meglio di altri, ma davanti alla parola partito perde la voce e si raggrinza. Per ottenere questo primato di sterile democraticismo da menti pur libere e dinamiche, i nemici della minima organizzazione delle classi perseguitate hanno davvero lavorato bene, facendo leva su magagne come autoritarismo, corruzione e parassitismo. Demonizzatori dei partiti in quanto tali, amici del giaguaro come Monti e i suoi tecnici maltusiani, o utili idioti, come quelli di cui stiamo parlando. A questo proposito, tra i primi mi viene in mente un protagonista che conosco bene: l’oggi del tutto obsoleto Bertinotti, vanitoso despota del partito monocratico che fu, che insiste a mimetizzare la sua frustrazione di detronizzato sotto l’incensamento dei movimenti e delle virtù del “basso”. Che, nel suo caso, come è noto, è il basso dei bassifondi del sottobosco postribolare mondano e televisivo.
 
A chi, come Ingroia e i suoi, ha il difetto di inserire il bisturi nella collusione delle criminalità di Stato e di mafia, chiave di volta dell’architettura piramidale in corso di perfezionamento da parte della Cupola globalista, danno del “manettaro”, del “giustizialista”.  Ha commesso il delitto di chiamare a raccolta chi, assente oggi dal gioco parlamentare, ha tuttavia costituito la forza organizzata decisiva per le rade vittorie conquistate da quelli del basso: acqua, beni comuni, referendum anti-Costituzione. Dove saremmo senza la mobilitazione, i banchetti, le firme di questi compagni? Ovviamente, alle prossime elezioni, mancando meno di due mesi, sarebbero servite assai più altre quattro assemblee di “Cambiare si può”, con 60 interventi di 3 minuti ciascuno, che non un’attivazione capillare di militanti che, dopotutto, qualche rapporto fattivo e ideale con studenti, precari e lavoratori, qualche radicamento con il calpestato sottosuolo della Repubblica, ce l’hanno. E hanno anche una memoria, seppure vaga e stazzonata, del fatto che i pannicelli caldi che i signori movimenti, anzi i signori dei movimenti applicano alle brutture del capitalismo nazificato, non servono a niente finchè non si ricupera l’eterno invitato di pietra: i rapporti di produzione e di distribuzione, i rapporti di proprietà. A Ingroia, con superba modestia, consiglierei di evitare di ricattare dai rigagnoli nei fossi gente come i “dissidenti” di Grillo, Favia (quello dello squallido e falso “fuori onda”), la povera di spirito Salsi, Tavolazzi, miniras romagnolo. Puzzano di opportunismo lontano un miglio. Puzzano di Joani Sanchez, la blogger cubana dallo stipendio di 6000 dollari del Dipartimento di Stato. Difficile che chi ha tradito – e in quel modo miserabile – non tradisca di nuovo.
E, a proposito di Grillo, concludo rimandandovi al brano in fondo, dove risulta che Beppe Grillo, rimediando alle imperdonabili “dimenticanze” di Ingroia e di tutti gli altri, pone tra le rottamazioni universali vaticinate anche la liberazione del nostro paese dalla guerra, dalla Nato, dagli Usa, da un colonialismo cui siamo stati assoggettati fin dal 1945. Parole ricuperate da una quarantina d’anni fa. Anche lui “conservatore”, qualifica che i regressisti tirano addosso a chiunque non si metta a 90°? L’avete visto fare a qualcun altro dei nostri vindici radicali dell’antisistema? Ma prima, al cuore di questo post, tra tanti omuncoli, ominicchi, ruffiani e quaquaraquà, le parole di un uomo.
 
Discorso del presidente Bashar el Assad il 6 gennaio 2013, a Damasco (selezione).
 
Hanno ucciso i civili e gli innocenti allo scopo di uccidere la luce nel nostro paese. Hanno assassinato gli intellettuali e gli scienziati per diffondere nelle nostre menti l’ignoranza. Hanno sabotato le infrastrutture costruite con il denaro dei cittadini, in modo che la nostra vita fosse pervasa da sofferenze. Hanno impedito che i bambini andassero a scuola per devastare il futuro del nostro paese. Hanno tagliato i combustibili, l’elettricità e le comunicazioni, lasciando anziani e bambini alla mercé del freddo e senza medicine. Hanno distrutto depositi di grano, hanno rubato il frumento e la farina per affamare il popolo. Si tratta di un conflitto per la conquista del potere e di poltrone, o di un conflitto tra la patria e i suoi nemici? E’ una  lotta per governare, o per vendicarsi del popolo siriano che non ha dato a questi terroristi licenza di frantumare la Siria e il suo tessuto sociale?
 
La Siria è sempre stata e rimarrà un paese libero e sovrano che non accetta né di servire, né di essere dominato, cosa che ha rappresentato un costante fastidio per l’Occidente. Hanno voluto prendere spunto da eventi interni per liberarsi della seccatura, colpire la cultura della resistenza e assoggettarci. Alla luce di tutto questo, non si può parlare di una soluzione se non si prendono in considerazione i fattori interni, regionali e internazionali. Ogni procedura che non modifica questi fattori non è una soluzione vera e non avrà impatto. Affrontare un dissenso interno dovrebbe servire a costruire il paese, non a distruggerlo. Quando parte dell’opposizione si lega all’esterno, il conflitto diventa quello tra la patria e potenze esterne, tra il rimanere liberi, o essere dominati.
 
Stiamo respingendo una feroce aggressione da fuori, con nuovi travestimenti, più pericolosi e letali di una guerra tradizionale perchè non usa direttamente strumenti per colpirci, ma infiltra nel nostro interno esecutori dei suoi progetti, utilizzando un manipolo di siriani e masse di stranieri. Non ci siamo mai opposti a una soluzione politica, l’abbiamo adottata fin dal primo giorno. Abbiamo voluto il dialogo e abbiamo teso le mani a coloro che hanno un progetto politico nazionale che faccia avanzare il paese. Come è possibile un dialogo con fanatici che non praticano altro che assassinii e terrorismo? Perché dovremmo dialogare con bande comandate dall’esterno, piegarci a stranieri che gli ordinano di respingere ogni dialogo giacché sanno che il dialogo minerebbe la cospirazione per indebolire la Siria? E’ l’Occidente, non siamo noi, ad aver chiuso le porte al dialogo, poiché l’Occidente pretende di dare ordini, mentre noi siamo abituati all’indipendenza, alla sovranità, alla libertà di decisione.
 
Noi proponiamo questa soluzione politica (riassunto del redattore): Tutti i governi regionali o internazionali cessino di finanziare, armare e ospitare combattenti e contemporaneamente cessino le operazioni terroristiche di costoro, in modo che i rifugiati siriani possano rientrare alle loro case. Verranno fermate anche le operazioni delle Forze Armate, alle quali è riservato il diritto di rispondere agli attacchi alla sicurezza nazionale, a proprietà pubbliche e private. Dovrà essere messo in atto un meccanismo che garantisca l’osservazione di queste misure. A questo punto il governo aprirà intense conversazioni con l’intero spettro della società siriana, in vista di una Conferenza del Dialogo Nazionale che rediga una costituzione aderendo alla sovranità, all’unità e all’integrità territoriale della Siria. Si dovrà rinunciare a ogni interferenza straniera e rigettare ogni tipo di terrorismo e violenza. La nuova costituzione verrà sottoposta a referendum….
 
La patria è di coloro che, uscendo da ogni percorso di vita e da ogni affiliazione, hanno risposto alle invocazioni del paese, nonostante ne ricavassero torti e insulti. Hanno dato senza remore. Alcuni sono stati onorati dal martirio, ma il loro sangue ha fatto sgonfiare le false “primavere” e ha salvaguardato il popolo dall’inganno che, all’inizio, pareva poter portare frutti. Non si trattava di una primavera, ma di un incendio vendicativo che tentava di incenerire, con l’abominevole settarismo, con l’odio cieco e il separatismo, ogni cosa che gli si opponeva. Il sangue dei martiri ha protetto e proteggerà la patria e la regione, la nostra integrità territoriale, rafforzerà l’intesa tra noi, purificherà la nostra società dal tradimento  e ci eviterà un degrado morale, umano e culturale. E’ questa la più grande vittoria.
 
La Siria resterà come è e tornerà a essere più forte. Non cederemo diritti e non rinnegheremo i nostri principi. Il Golan è nostro e la Palestina è la nostra causa, cui non rinunceremo mai. Resteremo i sostenitori della resistenza contro l’unico nemico. La resistenza non è un fatto personale, è una cultura, è civiltà. Siamo il popolo e lo Stato che per decenni ha sostenuto il massimo urto contro coloro che stanno con il popolo palestinese e la sua giusta causa, nonostante le sfide e il prezzo che ogni cittadino siriano ha sostenuto. Siamo e resteremo nella stessa trincea… Saluto ogni onesto palestinese che ha saputo apprezzare la posizione della Siria e non ha trattato la Siria come un albergo che viene abbandonato quando il servizio diventa manchevole.
Qualunque cosa abbiano programmato contro la Siria, non riusciranno mai a cambiarci. Il patriottismo scorre nel nostro sangue. La vostra tenacia nel corso di due anni dice al mondo intero che la Siria non accetta di morire e il popolo siriano non si lascia umiliare. Saremo sempre così. Mano nella mano andremo avanti, avanzando con la Siria verso un futuro più forte e luminoso.
 
 
Un minimo di geopolitica in un paese di vernacolari
Ecco un Beppe Grillo sulla politica internazionale. Ci sono i limiti di sconoscenza e di ingenuità, come l’accenno a Srebrenica (che evidentemente interpreta secondo la vulgata imperialista) e l’invocazione a quella conventicola di firmaioli dei decreti imperiali che è l’Onu. Ma trovatemi un altro politico, di partito o movimento, che abbia il coraggio di dire queste cose sulla nostra condizione primaria di colonia e di ascari delle guerre Nato, premessa a qualsiasi discorso di liberazione sociale.
 
In Italia, dal dopoguerra, la politica estera è materia di scontro elettorale tra destra e sinistra, tra guelfi e ghibellini e, nel peggiore dei casi, purtroppo il più consueto, allineamento agli interessi di potenze straniere. Poco è cambiato in quasi settant’anni, dal confronto tra Trieste italiana o titina, dall’invasione dell’Ungheria benedetta dal Pci, ai missili di Cuba, alla guerra dei Sei Giorni tra Israele e Egitto, al Vietnam, alla prima e la seconda guerra in Iraq. Le ideologie e i retrobottega dei partiti hanno prevalso sugli interessi nazionali e sulla verità dei fatti, con una conseguente perdita di credibilità dell’Italia. Inaffidabile, serva, voltagabanna. Chi può fidarsi di una Nazione che ripudia la guerra nella sua Costituzione, firma un solenne trattato di pace con la Libia e la bombarda pochi mesi dopo? Chi può credere alla buona fede di uno Stato che ha occupato l’Iraq con il pretesto di armi di massa mai esistite, se non nella fantasia di Bush, e ha attaccato l’Afghanistan senza ragione alcuna e tuttora vi mantiene le sue truppe? I bombardamenti sulla Serbia erano parte di un intervento pacificatore dei post comunisti italiani?
Dopo il crollo del muro di Berlino e il dissolvimento del Patto di Varsavia, la Nato ha perso il suo significato originario di contrapposizione al blocco sovietico, il vecchio impero del male di reaganiana memoria. Da allora, dal 1989, l’Italia si è trasformata da piattaforma strategica ad ascaro al servizio della Nato. Arruolata in tutte le guerre, ma sempre con l’alibi della missione di pace. L’obiezione tipica è “
Se si fa parte della Nato si deve partecipare a ogni qualsivoglia guerra da questa dichiarata“. Un falso. Un’obiezione contraddetta dai fatti. La Germania, che è nella Nato, non è infatti entrata in guerra contro la Libia. L’articolo 11 della Costituzione recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo“. La nostra politica estera deve attenersi strettamente alla Costituzione. Mai più guerre per favorire gli interessi di altre potenze, mai più guerre se non per scopi difensivi. Vanno ritirati i nostri soldati dall’Afghanistan, dove gli USA stanno trattando la fine delle ostilità con i talebani da più di un anno senza che i nostri media ne diano notizia, dall’Iraq e da ogni teatro di guerra. La nostra politica estera deve essere di pacificazione, di prevenzione dei massacri religiosi o etnici, di rafforzamento dell’Onu e dei caschi blu. Dov’era l’Onu durante il genocidio in Ruanda o la strage di Srebrenica? A raccogliere le margherite di chi poneva il veto? E perché all’Onu qualcuno è più uguale degli altri e può bloccare un intervento umanitario? E dove sono i caschi blu durante i periodici bombardamenti in Palestina? Intervenire per garantire i più deboli, per evitare i massacri, interporsi tra le parti in guerra e dare assistenza ai civili: questo è lo spirito della nostra Costituzione, questa deve essere la base della nostra politica estera.
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