Siria invincibile da 19 mesi di Fulvio Grimaldi


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In Siria la situazione, imposta dalla provata capacità del popolo e del governo siriani di resistere all’importata soldataglia di salafiti, incapaci per il mero soldo mercenario, come insegna Machiavelli, di reggere il confronto con un esercito di popolo che si batte per patria e libertà, si è capovolta. Fallito ogni tentativo di organizzare queste bande rastrellate

tra briganti ceceni, afghani, libici, sauditi, in qualcosa di efficace sul piano strategico, per bocca di Hillary Clinton il regime Usa ha deciso di disfarsi del suo organismo politico direttivo, il Consiglio Nazionale Siriano installato a Istanbul e fin qui ricettore di commandos, decine di milioni di dollari e armi occidentali (è di questi giorni l’ennesima prova, anticipata da numerosi reportages mediatici e confermata addirittura in Turchia da comandanti militari Usa, della presenza di forze statunitensi nella base turca di Incirlik, in Giordania e, in manovre congiunte con Israele, sul Golan).

Con Qatar e sauditi, l’idra bifronte Usa-GB sta ora affannosamente cercando di mettere in piedi in Qatar un nuovo organo-fantoccio di fuorusciti siriani, magari con sul terreno una meno appariscente, imbarazzante e anche preoccupante presenza di incontrollabili tagliagole alqaidisti. Subumani dal blasfemo Allah u Akbar urlato durante le quotidiane torture, mutilazioni e uccisioni di civili sequestrati e militari prigionieri. Untermenschen scaturiti dalle viscere della guerra infinita Usa-UE, l’enormità delle cui nefandezze è riuscita a bucare perfino un sistema mediatico blindato dal leviatano globalizzato e a tappare la bocca ai suoi acefali o prezzolati trombettieri (pensate all’immondo sito Uruknet). L’impresa fallirà al pari del CNS, spappolatosi tra branchi che si sbranano sull’osso, perché i mercenari, rinnegati, vendipatria, predoni, che si vorrebbero riunire in un nuovo “governo in esilio”, senza la base dei terroristi salafiti, in maggioranza infiltrati nel paese, non hanno chi rappresentare in Siria. E se si azzardassero a voler mettere le briglia a queste masnade, finirebbe come in Libia, un paese in preda a tutti fuorchè agli assegnatari Nato. Non resta che l’intervento diretto dei mandanti. Ma Russia e Cina tengono duro.

Esecuzione di prigionieri a Saraqeb

Nel frattempo, la scelta resta quella dell’apocalissedi sangue, unica tattica ancora in grado di destabilizzare una nazione in stragrande maggioranza schierata con i suoi dirigenti in resistenza: stragi terroristiche e assassini mirati, alla Mossad, di esponenti della difesa, della politica, della scienza e della cultura siriane, ultimi l’uccisione del capo dell’aeronautica e la spaventosa esecuzione a Saraqeb di 28 patrioti prigionieri, prima malmenati e seviziati e poi trucidati a mitragliate ( correte a vedere il video prima che lo tolgano). Quella della tortura ed esecuzione di prigionieri, mentre le truppe siriane osservano diritto internazionale e leggi di guerra, è pratica corrente degli ascari Nato, dalla Libia alla Siria. Media e cancellerie non se ne preoccupano, tanto più che, incoraggiati dalla kill list di Obama e dagli assassinii seriali del Mossad, i miliziani del Free Syrian Army hanno ora iniziato ad addirittura rivendicare queste loro prodezze.

Permettetemi il solito riferimento al “quotidiano comunista”. Dopo aver richiamato dalla Libia, su diktat di Rossanda, l’iniziale inviato, l’onesto Matteuzzi, e dopo averlo sostituito con uno svergognato paladino del mercenariato salafita e delle sue menzogne, “il manifesto” aveva affidato il conflitto siriano a un’emula di questo propagandista Nato, tale Miriam Giannantina che, secondo l’ambasciata siriana, faceva solo finta di trasmettere da Damasco, ma che, ovunque si trovasse, si accaniva a spappagallare la vulgata dei “giovani rivoluzionari”, vittime inermi e pacifiche, spurgata da fiduciari Cia-MI6 a Londra. Ora se ne occupa Michele Giorgio che, avendoci abituato a narrazioni corrette e coraggiose dalla Palestina, già ci aveva colpito con l’ambiguità del suo antigheddafismo sulla Libia. Ora si ripete sulla Siria. Un colpetto al cerchio di sangue e fuoco dei “ribelli”, per lunga pezza definiti “disertori siriani” (che si potevano contare su due mani, anche quando il Qatar offriva stipendi di 20mila dollari al mese), e una mazzata alle “forze di Assad che bombardano i quartieri di Homs o Aleppo”. Il tutto sempre attinto alle fonti, mille volte sbugiardate, dell’opposizione siriana sotto tutela dei servizi Nato. L’ultrà democraticistico del “manifesto” dovrebbe dirci se giudica altrettanto efferati i bombardamenti sovietici su quartieri della città russa di Stalingrado occupata da Von Paulus, o se li giudica ineluttabili obblighi della guerra di liberazione dai nazisti.

Abbiamo saputo che l’ultimo cristiano di Homs è stato ucciso. Non significa che Homs è in mano ai mercenari. Significa che i quartieri cristiani in cui questi fanno incursioni sono stati svuotati da abitanti in fuga da quell’orrore che, nella stessa Homs, mi fu illustrato, con immagini, documenti, racconti, da decine di famiglie cristiane, laiche, alawite (vedi il docufilm Armageddon sulla via di Damasco). Chi non era scampato verso Damasco, o il Libano, è stato ammazzato. L’ultimo è stato appunto colui di cui la stampa ha riferito. Lo sradicamento dei cristiani (il 10% della popolazione), per sfuggire alla morte, alla tortura o anche solo alla paura inflitti dagli alqaidisti Nato, non impedisce a tale Padre Paolo Dall’Oglio, di ritorno in Italia, di disseminare, in totale divergenza dalle comunità cristiane in Siria e alla faccia di queste vittime e a soddisfazione dei loro persecutori, le balle sulla presunta dittatura e sulle presunte atrocità di Assad. Lo copre lo stesso Ratzinger quando, nelle sue epifanie alla finestra, urge il governo siriano a “mettere fine alle violenze.” Del resto, anche Michele Giorgio accredita un famigerato “regime alawita degli Assad”, non essendosi documentato sulla composizione dei quadri delle forze armate e dell’amministrazione siriane, in maggioranza sunniti. C’è da chiedere a lui, come agli altri gazzettari sul posto, a parte una nutrita schiera di inviati anglosassoni, tipo Guardian, Independent, Huffington Post e perfino il governativo Washington Post, come mai sistematicamente non ritiene degni di attenzione versioni e comunicati del governo e dei media siriani (quelli non oscurati dai satelliti sotto controllo occidentale). Si prosegue alla maniera dei conquistadores: avete mai sentito la versione di Montezuma su quanto succedeva agli aztechi? I “selvaggi”, oggi i“non democratici”, non hanno diritto di parola.

Il ratto Bernard Henry Levy, “filosofo” dei servizi francesi, capofila della democrazia da esportazione, tra cacciatori di teste in Siria

La cosa che a questo pur valido difensore delle ragioni palestinesi non va giù, poi, è che i curdi siriani, nella loro organizzazione più rappresentativa, il Partito dell’Unione Democratica, si sono assunti il compito di difendere, loro, i territori del nord-est contro le incursioni dei miliziani infiltrati dalla Turchia e agiscono di conserva con i fratelli curdi del PKK, la cui offensiva nel Kurdistan turco mina la strategie offensiva di Ankara contro la Siria. Si figura, M.G., l’esistenza di settori curdi in Siria, del tutto irrilevanti, che si batterebbero contro una discriminazione etnica da tempo superata e affiancherebbero i terroristi antisiriani. Curiosa contraddizione: sostenere la causa del popolo palestinese in patria e nuotare nella palude dell’ambiguità quando si tratta del conflitto che oppone il governo più di tutti impegnato per la Palestina alle stesse forze, Israele, Usa, regimi reazionari, che governano il genocidio dei palestinesi.

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