Archivio mensile:dicembre 2012

Anti-Spasmina


La politica italiana è in preda a violenti spasmi purtroppo non salvifici.

Il leitmotiv rimane la speculazione finanziaria, l’ombra di Soros in compagnia di altri vecchi oligarchi della finanza aleggia sull’intero globo, il danno maggiore lo ha subito la politica.

Molti avranno compreso che il capitalismo, che trova il suo polo di spicco negli USA, non sia in crisi ma abbia capacità di mutare (Marx aveva visto giusto!) imponendo sistemi economici e politici predefiniti che rendono di conseguenza qualsiasi volontà politica subalterna a questo sistema predefinito.

Si può prendere ad esempio l’UE: la condizione politico-economica dei paesi aderenti all’UE è d’essere schiacciati sotto la morsa dei trattati di Maastricht e di Lisbona. Nazioni genuflesse al capitalismo d’oltreoceano (in sostanza l’Europa è stata storicamente a disposizione degli Stati Uniti utile freno all’espansione sovietica), con la collaborazione di Israele, nazioni prive di una autonomia. Le conseguenze dell’abbattimento della sovranità nazionale, politica ed economica si ripercuotono su di una intera fascia sociale, una classe che paga e continuerà a pagare la recessione nei paesi in cui questa è protagonista: la Grecia, la Spagna, la Francia, il Portogallo, l’Italia e a breve anche la Germania, il PIL tedesco difatti comincia a vacillare, venendo a intaccare le tesi di coloro che sostenevano e sostengono che il male dell’Europa sia rintracciabile nella Germania, il demonio Merkel da esorcizzare.

Nei paesi a regime liberale indotto (il nostro), in cui la delocalizzazione e privatizzazione delle industrie di interesse nazionale, in cui la privatizzazione della scuola, della sanità, della cultura sono punti cardine delle “agende” politiche odierne e future, a pagare sono di fatto, inconfutabilmente i lavoratori/consumatori. La stabilità lavorativa in Italia sono anni che non viene garantita dall’art.18, inutile il puntiglio volto a difenderlo, ed un dato inquietante che accompagna lo scenario è la percentuale relativa alla disoccupazione giovanile che tocca la soglia del 40%. Questo vuol dire che il ricambio generazionale sarà sempre più lento e meno attuabile, che vi sarà una perpetua stagnazione culturale, la cultura a disposizione di pochi ed il lavoro nelle mani di agenzie private che gestiscono e continueranno a gestire l’occupazione/disoccupazione.

La questione di “classe”, a ben vedere, non è affatto esaurita anzi si ripropone con tutta la sua veridicità su scala globale.

L’Italia vanta esponenti di “spicco” come Draghi, Monti-Napolitano, Marchionne, massimi fruitori della cultura liberista, i quali costituiscono il ponte che l’America sfrutta per avere un accesso privilegiato, un filo diretto nelle questioni economiche quanto politiche nazionali.

Il nostro Paese è il 15esimo fornitore americano a livello globale, in nome di questa dipendenza che viene portata avanti da lunga data e da cui non abbiamo tratto grandi vantaggi, con l’avvento del Fiscal Cliff, tagli alla spesa americani, vi saranno ulteriori ripercussioni a causa del probabile calo delle vendite (export) verso gli USA, l’Europa tutta ne risentirà. Il colosso capitalistico (USA) metterà in seria difficoltà l’Europa, chi pagherà lo scotto sarà sempre il soggetto più debole: i lavoratori. Se le piccole e medie imprese trasversalmente colpite dal Fiscal Cliff chiudono i battenti molte, troppe famiglie raggiungeranno uno stato di povertà. A dirla tutta ne sappiamo già qualcosa.

 E’ semplice capire il perché questa dipendenza dagli Stati Uniti debba esaurirsi.

Gli spasmi continui che affliggono la politica italiana nella rutilante ripetizione del sempre uguale non fermeranno la macchina del dissolvimento sociale, non svolgeranno la funzione di anestetico, non salveranno la classe lasciata a se stessa, urge porre un rimedio, una anti-spasmina che trova la sua efficacia nella lotta, una lotta che a quanto pare risulta necessaria, una lotta che non veda più protagonisti i soliti noti della fictio politica ma che veda protagonisti gli afflitti, la merce tra le merci.

Andrea Selindro

Bolivia. Morales annuncia nazionalizzazione compagnie spagnole


Fonte: IL Tribuno del Popolo

Continua il Sudamerica il percorso di nazionalizzazioni fortemente voluto da Evo Morales in Bolivia.

Evo

Il presidente boliviano Evo Morales ha annunciato nelle sorse ore  la nazionalizzazione degli impianti di proprieta’ della compagnia spagnola Iberdrola che si trovano nelle citta’ di La Paz e Oruro. Non è la prima volta che il governo boliviano affronta la questione centrale delle nazionalizzazioni, già in passato infatti Morales, saldo alleato del leader del Venezuela Hugo Chavez, lo scorso maggio aveva nazionalizzato una sussidiaria di un’altra compagnia energetica spagnola, la Red Electrica Corporacion. Da quando e’ salito al potere nel 2006, Morales, primo presidente boliviano che rappresenta la maggioranza indigena, ha nazionalizzato anche le entrate petrolifere e le fonderie. Il comportamento di Morales sta quindi a indicare che un’altra organizzazione economica e sociale è possibile, soprattutto se gli attori che decidono di muoversi in tale direzione sono su scala continentale come in America Latina. Cosa accadrebbe se anche altri paesi prendessero spunto da quanto fatto dal governo boliviano? E’ quello che a Washington vorrebbero evitare in tutti i modi.

Chi baratta il proprio simbolo e la propria identità per un posto in Parlamento umilia i propri militanti e non merita rispetto.


Fonte: Comunisti-Sinistra Popolare

Chi baratta il proprio simbolo e la propria identità per un posto in Parlamento umilia i propri militanti e non merita rispetto. I comunisti quando rientreranno in Parlamento lo faranno dalla porta principale e non camuffati in una lista dove c’è tutto ed il contrario di tutto. Ricordate la giusta critica ai partiti personali? Oggi gli stessi vorrebbero portare all’ammasso i propri militanti per una lista con in maiuscolo il nome di un magistrato attento solo alla ribalta dei mass media di ritorno da una vacanza guatemalteca .L’ossessione della presenza (peraltro personale) nelle istituzioni quando la politica istituzionale conta quasi nulla è il segno del “si salvi chi può”. La lista Arcobaleno non aveva un’anima era solo una unione di simbolini; oggi è peggio, nella lista arancione al Prc e al Pdci addirittura non viene concesso di apparire, nessun intervento, fuori dalle conferenze stampa. Il baratto è chiaro: un posto in Parlamento ai rispettivi segretari ma nessun contenuto, nessuna presenza neanche simbolica. Al punto sei del decalogo incredibilmente si “ingoia”un inno all’impresa “6)Vogliamo che gli imprenditori possano sviluppare progetti, ricerca e prodotti senza essere soffocati dalla finanza, dalla burocrazia e dalle tasse”. E’ questa la strada? Sinceramente pensiamo di no!  Serve ricostruire un vero Partito Comunista con l’orgoglio della nostra storia e la capacità di riconoscere ed evitare gli errori che sono stati commessi.

Roma, il Comune lascia Casapound senza casa


Roma, il Comune lascia Casapound senza casa

Il Campidoglio non comprerà il palazzo di via Napoleone III. Uno sgambetto che prelude allo scontro fratricida delle elezioni. Il Pd, intanto, farfuglia.

Il bastione di Casapound in via Napoleone III “non è più strategico” per il Comune di Roma. L’accordo che sembrava fatto per l’acquisizione dell’immobile all’Esquilino è saltato durante la riunione dei capigruppo di una settimana fa e l’ultimo consiglio comunale ha semplicemente ratificato questa decisione: lo stabile rimarrà di proprietà del Demanio. Niente regalo di Natale. “L’Amministrazione capitolina – si legge in una nota diffusa dall’ufficio stampa del Campidoglio – ha da tempo raggiunto l’accordo con il Demanio dello Stato per sostituire l’immobile di via Napoleone III con altri beni all’interno dello scambio di edifici previsto e risulta pertanto evidente che lo stabile non rientra più nell’elenco delle acquisizioni strategiche pianificato da Roma Capitale”.

E’ così che il regalo da 11 milioni e 800mila euro – promesso nel 2007 dalla giunta di centrosinistra guidata da Walter Veltroni – va al macero, in quello che è un antipasto della campagna elettorale alle porte. Alemanno si è divertito a sgambettare Casapound, una sorta di piccola vendetta su quelli che, fino a non molto tempo fa, sembravano alleati certi. Adesso, però, con la discesa in campo dei fascisti del terzo millennio in evidente opposizione al centrodestra “ufficiale”, il gioco si fa duro e ogni occasione è buona per uno sgarbo o una dose di veleno da lanciare anche nell’etere.

Il ‘boss’ di Casapound, Gianluca Iannone, ha provato ad incassare con stile e, anche lui attraverso un comunicato, ha fatto sapere che “Casapound non ha bisogno di favori, ammesso che di favori si tratti, dal sindaco contro il quale sarà in campo alle comunali. Via Napoleone III è un’occupazione a scopo abitativo che rientra tra le occupazioni storiche riconosciute dal Comune”. Commento che, ça va sans dire, è arrivato a decisione già presa e palazzo già “perduto” – anche se in realtà, nessuno andrà mai a sgomberarlo -, nell’eterna riproposizione di un grande classico della politica italiana: la favola della volpe e dell’uva. In questa guerra epistolare è entrato anche il Pd, che si ritrova – suo malgrado – a dare ragione a Casapound. Soltanto qualche giorno fa, infatti, il segretario romano del partito, Marco Miccoli, sbraitava: “Il Pd si batterà in ogni modo contro questo ennesimo favore che il peggior sindaco che Roma abbia avuto vorrebbe fare ai suoi sodali e alleati di destra. Comunque questa vergognosa delibera pro Casapound sarà il primo atto che elimineremo a giugno quando le forze democratiche governeranno Roma e Alemanno sarà stato cacciato via dal voto popolare”. Affermazioni che ora suonano come un clamoroso autogol: è stato lo stesso sindaco, infatti, a sbattere la porta in faccia ai fascisti “non conformi”, andando a mettere il dito in una piaga aperta da tempo. Da quando, cioè, proprio Casapound disseminò la capitale di manifesti contro l’operato dell’amministrazione comunale e del governo regionale. Il centrosinistra capitolino, in sostanza, dimostra di essere ancora una volta un passo indietro rispetto al dibattito che, a destra, va avanti da oltre un anno, ovvero: Casapound fa parte o no dello squadrone di Alemanno? Parole a parte, questo mancato regalo parla chiaro. Il sodalizio è spezzato, anche se il figlio del sindaco milita proprio nel movimento di Iannone.

Questa guerra fratricida nella destra più o meno estrema è solo l’inizio di quella che si preannuncia come una campagna elettorale durissima. Casapound sembra pronta a bombardare Roma e tutto il Lazio con i suoi slogan “anti-sistema”, mentre la Polverini sembra fuori dai giochi e Alemanno cerca disperatamente di ricomporre i cocci di quella che ormai fu la sua maggioranza. Gli stracci già volano, ma il finale della storia è ancora tutto da scrivere.

Siria. Si programma l’intervento con la scusa delle armi chimiche


Fonte: Il Tribuno del Popolo

Un pò come nell’Iraq di Saddam Hussein nel 2003, in questi giorni si sta creando una spessa coltre di bugie e mezze verità sulla Siria. L’esistenza di armi chimiche potrebbe venire utilizzata a pretesto per intervenire direttamente in una guerra che sta sfuggendo fuori controllo. E se dovessero vincere i ribelli, cosa ne sarà dei cristiani alawiti e dei musulmani laici?

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Ogni giorno rimbalzano nuove voci su quanto succede in Siria. Negli ultimi giorni la comunità internazionale e il mainstream parlano di una avanzata inesorabile dei ribelli verso Damasco, e di un Assad, disperato, che ormai avrebbe le ore contate. Questa visione serve ad avvalorare uno scenario di un Assad con le spalle al muro che, non avendo più speranze nè nulla da perdere, a quel punto lancerebbe contro il suo popolo le armi chimiche. La cosa grottesca è che Damasco ha smentito l’ipotesi di utilizzare tali armi, che continuano a rimanere stipate nelle basi militari. La scorsa settimana alcuni ufficiali americani hanno rivelato alla NBC News che l’esercito siriano avrebbe armato alcuni missili con gas nervino, attendendo gli ordini finali di Assad. Ovviamente non esiste alcuna prova di questa eventualità, tuttavia basta evocarla per ottenere un largo consenso internazionale volto a isolare ancora di più Bashar al-Assad. Su ogni tg viene detto che Assad sarebbe ormai al tramonto, ma ricordiamo ai lettori che era stato detto lo stesso anche a settembre, e probabilmente verrà ripetuto ancora, ogni qual volta l’Occidente cercherà di fabbricare uno scenario credibile a rendere verosimili le accuse che vengono fatte a Damasco.

Una campagna mediatica impressionante- Al fine di fornire un quadro all’interno del quale tutti sono d’accordo nel demonizzare la figura di Assad, creando appunto le premesse per rimpiazzarlo con l’eterogeneo cartello delle opposizioni, all’interno del quale si trovano gruppi estremisti islamici che, qualora dovessero prendere il potere, si accanirebbero senza ombra di dubbio contro le minoranze religiose, cristiani alawiti in particolare. L’Occidente questo sembra saperlo benissimo, e anzi vorrebbe evitare un coinvolgimento diretto come in Libia in quanto l’esercito siriano dispone di difese terra-aria all’avanguardia, equipaggiate con missili russi Iskander. Inoltre un’attacco dell’Occidente in Siria potrebbe anche causare una reazione russa dal momento che in Siria esiste la base  navale russa di Tartus. Come se non bastasse in Siria si trovano anche alcune forze iraniane e diversi ufficiali russi, presenti a Damasco per organizzare e addestrare i militari siriani.  Damasco perdipiù dispone anche di missili Mach 6-7 e del sistema di difesa missilistico Pechora-2M. Per questo motivo la Nato vorrebbe evitare di attaccare direttamente le postazioni di Assad, e ha puntato decisamente sulle armi non-convenzionali, decisamente più remunerative e meno rischiose. La Nato secondo alcuni rapporti si starebbe già occupando di quasi ogni aspetto delle forze ribelli, dalle strutture di comando ai sistemi di comunicazione, fino all’addestramento e all’armamento, che spesso avviene grazie a compagnie mercenarie private.

Il Meeting di Londra-  Recentemente nella capitale inglese si sono incontrati i capi militari di Gran Bretagna, Turchia, Francia, Giordania, Qatar, Uae e Stati Uniti. Al momento non si conosco ancora i dettagli di questo incontro, ma è facile capire che si sarà parlato di come accelerare la sconfitta delle truppe di Assad. L’obiettivo di questo incontro sarebbe stato quello di supportare un comando unificato delle forze di opposizione, e questo avverrà in pratica rinnovando il flusso di mercenari in arrivo in Siria sotto la supervisione delle forze speciali occidentali. Come ha ricordato la CNN il 9 dicembre, gli Stati Uniti e i loro alleati europei starebbero utilizzando contractors per addestrare i ribelli siriani su come mettere in sicurezza le basi dove sono stipate le armi chimiche. Inutile dire che nell’opposizione siriana vi sono anche gruppi estremisti islamici, che quindi potrebbero mette le mani sulle armi chimiche di Damasco, con conseguenze preoccupanti. In molti temono che la prossima fase possa essere l’utilizzo da parte di alcuni ribelli delle armi chimiche sui civili, addossando quindi la colpa alle truppe di Assad.  Insomma, le armi chimiche potrebbero finire nelle stesse mani che hanno realizzato il massacro di Houla questa estate, che qualcuno aveva cercato di addossare invece alle forze regolari. Anche il governo siriano aveva messo in guardia dalla possibilità che i ribelli utilizzassero armi chimiche, come ad esempio successe l”8 dicembre, quando venne spiegato che gruppi terroristi avrebbero potuto utilizzare armi chimiche contro il popolo siriano dopo aver guadagnato il controllo di una fabbrica di clorina ad Aleppo.

Siria. Parola ai rifugiati: “Un tempo era un paradiso, oggi un campo di battaglia”


Fonte: Il Tribuno del Popolo

I rifugiati che hanno lasciato la Siria a seguito della guerra sono circa mezzo milione. Circa 160.000 rifugiati sono andati in Libano, compresi palestinesi, curdi, sunniti e sciiti. 

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Prima dell’esplodere della guerra civile siriana, in Siria convivevano in pace diverti gruppi religiosi, la cui coesistenza pacifica è stata spazzata via da due anni di guerra. Muhammad Tamim è un rifiugiato siriano intervistato da Russia Today che ha abbandonato il suo paese per scappare non lontano dal campo palestinese di Yarmouk, nella periferia di Damasco. Muhammad è fuggito assieme a sua moglie e ai suoi due figli e ha detto ai giornalisti dell’emittente russa che quando sono arrivati i ribelli casa sua si è trasformata in un campo di battaglia, e ha dovuto mollare tutto per evitare il peggi. “Entrambe le parti non hanno pietà e non risparmiano i civili“, ha detto ancora Mohammad. I profughi siriani spesso abbandonano il Paese per rifugiarsi in Libano, dove la popolazione locale per fortuna spesso li aiuta a ricominciare una nuova vita, anche se sono sunniti che vivono in una comunità sciita. Ma quello che impressiona è che secondo tutti la situazione in Siria è assolutamente senza speranza. “E’ negli interessi di qualcuno dividerci“, ha spiegato Mohammed, “E’ cominciata in Siria con sunniti contro sciiti e alawiti. E’ meno pericoloso per i cristiani e i drusi, mentre gli sciiti stanno andando incontro alla morte. Non ho paole per dire quello che stiamo vivendo, c’è una cospirazione contro la Siria“. I profughi confermano che molti dei militanti provengono da Afghanistan, Pakistan e Libia, e non sono quindi siriani. Secondo i profughi intervistati sono stati proprio i ribelli ad arrivare nelle loro case, a fare buchi nelle mura per spiare quanto succede nelle strade. Sono anche stati accusati di aver saccheggiato qualsiasi cosa, e soprattutto di aver praticato quella che assume i contorni di una “pulizia etnica” contro gli sciiti, la popolazione che ha pagato il maggior tributo di morte dall’inizio della guerra. Vi sono persino testimonianze di case di sciiti che sarebbero state marchiate con croci rosse per distinguerle dalle altre, pratiche raccapriccianti che però i media occidentali preferiscono ignorare.  In generale comunque la stragrande maggioranza dei siriani ne ha abbastanza ormai della guerra, proprio per questo sono moltissimi coloro che cercano di abbandonare le zone di guerra, in un periodo in cui gli scontri si stanno facendo via via più intensi.  Sono moltissimi anche i curdi che hanno abbandonato il Paese, in particolare Aleppo, dove migliaia di persone curde hanno lasciato la città.

«Col PD serve un tavolo vero. Già nel 2008 non ero in lista»


di Luca Sappino | da Pubblico del 23 dicembre 2012

Intervista al Segretario nazionale del PdCI, Oliviero Diliberto

diliberto simbolo2Oliviero Diliberto: de Magistris dice che l’accordo con il Pd, sui temi, non si raggiunge e che il tavolo durerebbe «meno di un caffé».
Io non credo.

Secondo lei ci sono margini per un’intesa?
Ma certo che ci sono margini! Il problema è capire se, quando ci si incontra, c’è la volontà necessaria per trovare dei punti di contatto.

E c’é?
Vedremo. Ma se non dovesse esserci, dico che faremmo meglio a evitare visite di cortesia.

È dunque un tentativo serio? Le aperture di queste ore non servono a farsi dire «no»?
Io ho piena fiducia che l’incontro richiesto non voglia essere di cortesia ma di merito. E che, Ingroia, che rappresenta la sintesi di tutti noi, saprà porre le questioni per noi irrinunciabili.
Appunto. Proprio su quelle i margini sembrano molto stretti.
Io confido che i margini ci siano e che non siano così stretti. Poi certo, non assicuro. Quello che penso è che noi si debba raccogliere l’appello che molti intellettuali di sinistra ci fanno: fare un centrosinistra largo che tenga dentro i democratici e i progressisti. Ovviamente con quelli che ci voglion stare.

Cioè non Ferrero, che col Pd «delle fiducie al governo tecnico», dice di non voler averenulla a che fare?
Ferrero sta opponendo resistenze pregiudiziali, che mi sembra scorretto porre sui democratici. Non sono mica Berlusconi!

Vabbé ma anche senza pregiudiziali, l’accordo nel merito sembra difficile. Che ne dicedell’articolo 18?
Faccio umilmente notare che Nichi Vendola, che è firmatario dei referendum sul lavoro tanto quanto noi, è nell’alleanza. E poi faccio notare anche che, se anche noi entrassimo lì, potremmo insieme a Nichi spostare in avanti la coalizione.

Non a sinistra?
Ma certo, dal mio punto di vista, a sinistra! Ma dico «in avanti» nel senso del progresso, perché i nostri temi sono quelli della civiltà e della dignità del lavoro.

Temi assenti nelle riforme del governo Monti votate dal Pd.
Guarda: con occhi rivolti al passato, rinfacciandosi le colpe di ognuno, l’accordo sicuramente non si può fare. Io dico: guardiamo avanti. Cosa si farà nella prossima legislatura?

Appunto.
Dobbiamo mettere il lavoro al centro, come dice Ingroia. E dobbiamo recuperare sul piano della legalità e della pulizia: due cose indispensabili per sottrarre voti all’antipolitica e all ’astensione. E poi dobbiamo ristabilire il valore della scuola e dell’università pubblica. Bene. Io, su questi temi, non vedo pregiudiziali.

In fondo siete stati al governo con Mastella, potrete pure sopportare Enrico Letta.
Appunto. E al governo con Mastella c’è stata anche Rifondazione, e Paolo Ferrero era ministro.

E proprio pensando a quell’esperienza in molti, primo Ingroia, vi chiedono un passo indietro. Rinuncerete alla candidatura?
Io l’ho già fatto: l’ho fatto volontariamente già nel 2008, quindi figurati nel 2013. Se c’è una cosa che mi si deve riconoscere e di aver sempre dimostrato di pensare al collettivo.

Di Pietro?
Ciascuno valuta per sé. E comunque anche Ingroia ha smentito: con il passo indietro non si riferiva ai segretari.

E a cosa si riferiva?
Ci ricordava che, se noi rifacciamo la somma di alcuni partiti, non si va da nessuna parte, e che dobbiamo coinvolgere e valorizzare elementi di novità. Cominciando dalle comunità di Libera, delle donne, di Emergency e della Fiom.

Lista unitarie e simbolo civico?
Per quanto ci riguarda l’abbiamo deliberato oggi: il Pdci col suo simbolo non si presenta. Spero lo ufficializzino presto anche gli altri, Rifondazione compresa, che però deve prima decidere se ci sta anche alleati del Pd.

Lista unitaria anche alle regionali in Lazio e Lombardia?
Questo è il nostro invito. Una sola lista, alleata delle forze democratiche anche alle regionali. Ma cosa faremo tutti insieme non lo so: non ne abbiamo ancora parlato.